RITORNO A CASA
Non credevo che l’avrei mai fatto. Non ora, almeno. Ma dopo, venti anni di dimenticanza e di abbandono, eccomi di nuovo qui. Sono tornata a Santa Cunegonda. Sono tornata a casa.
Strana casa, la mia. Quella di un’orfana cresciuta in un monastero sepolto tra le montagne più selvagge dell’Appennino. Avevo cinque anni quando i miei morirono travolti da un camion. Nessuno chiarì mai le circostanze dell’incidente. Non avevo parenti, se non una lontana zia di mia madre, della quale non conoscevo nemmeno l’esistenza, che faceva come mestiere la badessa di un convento carmelitano.
Si chiamava Teodolinda. Era una strana monaca selvaggia ed austera, ma mi accolse nella casa dove viveva insieme ad altre dodici suore. Sono cresciuta con loro. Sono state per lungo tempo la mia famiglia. Poi, sono riuscita a fuggire.
Ora, però, Teodolinda mi ha chiamata. Ed eccomi qui, mentre mi inerpico lungo la statale 316 lungo i fianchi scoscesi della montagna.
Sotto gli ultimi raggi del sole morente, l’abbazia si para alla mia vista: isolata ed altera nel punto più impervio della giogaia. Osservo le sue mura antiche e muschiose che sembrano fondersi con le rocce calcaree dell’Appennino e sento un lungo brivido di terrore percorrermi la schiena.
Io ho paura di Santa Cunegonda.
Sorge su una terra maledetta dove, per secoli e secoli prima dell’arrivo dei Romani, visse un popolo sacro, di maghi ed di indovini: dedito al combattimento solo per potersi procurare vittime da offrire in sacrificio alla grande madre Terra. Dicevano che, per essere fertile e dare i suoi frutti, la Terra aveva bisogno di bere, e solo il sangue umano sapeva dissetarla. Il sangue nutriva le zolle e penetrava in profondità, dove il chicco di grano riposava durante l’inverno gelato. Il sangue destava il seme e carezzava il germoglio. Il sangue rendeva verdi le messi.
Da ragazza, rovistando nell’antica biblioteca del convento, mi imbattei in un piccolo incunabolo grigio, dai fogli incartapecoriti, rosi dal tempo e dall’abbandono. Era l’”Historia tribolationum hordinis sanctae Cunegondae” di un certo Frate Francesco da Sellano, vissuto in Umbria al tempo della dominazione longobarda. Aveva raccolto i racconti e le leggende che, allora, circolavano sugli antichi abitanti di quei luoghi. Egli ricordava con raccapriccio che i suoi antenati, oltre ad essere dediti ai sacrifici umani, praticavano anche il cannibalismo. Erano soliti, infatti, bere essi stessi il sangue caldo delle loro vittime credendo, in tal modo, di assimilarne la forza vitale e di sopravvivere oltre la morte. Non solo, ma tali pratiche non andarono mai completamente deserte. Così, quando di quelle popolazioni italiche si perse ogni traccia, quei riti perversi e crudeli si preservarono in tutta la loro inaudita ferocia.
Ho conservato per tutta la vita l’orrore di quei ricordi.
Ma ormai è finita. Sono rimasti in pochi, oggi, tra la desolazione di queste montagne. Il terremoto del ’97 ha trascinato a valle anche gli ultimi abitanti degli antichi borghi medioevali. Qui intorno vedo solo rovine e distruzione. Gli spettri dei padri, però, sono rimasti, e le anime degli antichi demoni dell’Appennino sono ancora qui. Sepolti nelle profondità della terra, non più vivi ma non ancora morti, ad attendere, con gli occhi spalancati nelle tenebre, che giunga qualcuno a liberarli.
Presto torneranno. Anche le monache se ne sono andate via. Teodolinda è rimasta sola, nel suo immenso convento desolato e cadente. Ed ha bisogno di me. E io l’aiuterò, perché le sono riconoscente.
Conosco l’abbazia e le sue terribili storie: e non solo perché ho trascorso la mia solitaria infanzia e la mia disperata adolescenza tra queste mura devastate dal tempo e dall’abbandono. Sono un’esperta in paleografia. Ho dedicato gran parte del mio lavoro e della mia vita al restauro dei preziosissimi codici millenari, rinvenuti in una sezione del convento andata sepolta e dispersa in seguito allo spaventoso terremoto del 1235 che provocò morte e distruzione nell’Appennino. Ricordo ancora che i registri del monastero riportavano una recrudescenza delle pratiche magiche locali proprio in quell’anno, quando il protrarsi della guerra tra papa e imperatore per la conquista della fortezza di Gualdoscuro, aveva devastato le campagne mentre la carestia ne decimò la popolazione.
Sono arrivata. Teodolinda è ad attendermi dinanzi al grande portone di legno scuro e massiccio, rovinato dal gelo, dal vento e dalla pioggia. Se ne sta sotto l’architrave, immobile ed ieratica come i due leoni di pietra che fiancheggiano l’ ingresso. Hanno i volti deturpati e levigati dalle intemperie, le criniere non sventolano più ai freddi venti dell’Adriatico e le zampe levate in alto a ghermire la preda, non sono altro che poveri moncherini corrosi dallo scorrere dei secoli.
- Sono rimasta sola.- E’ il suo unico saluto sussurrato con un tono di voce così freddamente metallico da mettere i brividi. So perché parla in questo modo. Non ha più le corde vocali. E’ stato un cancro a portargliele via. Adesso l’ aria vibra attraverso un apparecchio che avvicina alla trachea. Ha un buco nella gola, ma è coperto dalle bende bianche dell’abito monastico. Non si vede. E dire che non ha mai fumato una sigaretta in vita sua. . . .
- Dove sono le altre?- Chiedo
- Fuggite- Sussurra mentre mi lascia entrare.
- E’ tardi, zia.- le dico senza tanti preamboli. – Cosa c’è per cena?
- Zuppa di farro. E carne bollita.-
Sorrido, ma sono preoccupata. Come è possibile che dodici vecchie monache siano scomparse nel nulla? Fuggite? Ma dove? Mentre attraverso il chiostro per raggiungere l’appartamento di Teodolinda, l’unico rimasto aperto nella desolazione generale, mi stringo nella mia giacca di pile. Troppo leggera, per una sera di novembre tra i monti dell’Appennino umbro- marchigiano.
- Dovresti venire via con me, zia. – Le dico mentre assaporo la zuppa.
- Non posso. Sono la badessa. Il mio posto è qui. Questa è la mia casa.-
- E il terremoto? L’ha mezza distrutta, la tua casa, il terremoto. Non è venuto nessuno, qui? Sono andati tutti ad Assisi?- Sento una nota di rabbia alzarsi nella mia voce, ma cerco di trattenerla. Sono preoccupata, troppo preoccupata per quella vecchia monaca abbandonata in un monastero a cui il terremoto di ottobre ha recato l’insulto finale.
- Vieni con me, che è tardi.- Mi dice. Ha allontanato l’orribile aggeggio che rende metallica la sua voce ed ora sussurra pianissimo.
Le vado dietro per il chiostro, entro nella cappella e poi nella sacrestia. Lungo il muro è stato aperto un varco. L’ingresso di un cunicolo nero e profondo.
- Seguimi - Ordina con la sua voce spettrale. L’orrore che ha devastato la mia infanzia e la mia adolescenza mi riassale. Vorrei gridare, vorrei fuggire, vorrei morire . . .vorrei ogni cosa, pur di essere lontana da quel posto.
Ha una torcia elettrica potente. L’accende e si inoltra lungo quel budello stretto e maleodorante che scende ripido verso una stanza segreta. E’ l’ antico sepolcreto del convento. Una camera buia, scavata nel sottosuolo roccioso, ad una profondità tale che la temperatura rimane fredda e costante per tutto il corso dell’anno. Una cella frigorifero, insomma. Ruota il fascio di luce lungo le pareti, ed io trattengo a stento conati di vomito.
Le dodici monache sono lì, appoggiate lungo i muri di roccia, abbandonate come marionette vuote, prive di vita e di forma. Per terra, sul pavimento coperto di polvere, noto dei segni scuri tracciati con della carbonella. Hanno la forma di un pentacolo. Nel centro, scorgo i resti di decine e decine di candele consumate.
Ho il corpo scosso da brividi di disgusto e di paura.
- Che cavolo hai combinato, zia?- La voce mi sfugge rabbiosa dai denti serrati e dalle labbra socchiuse. Respiro a fatica. Nonostante il freddo, il tanfo dei corpi in decomposizione è micidiale.
Mi guarda, indirizzando il fascio di luce della pila verso di me per potermi scrutare meglio. La luminosità improvvisa mi abbaglia. Alzo un braccio e me lo poso sulla fronte, a proteggermi gli occhi. La torcia illumina anche lei. E’ orribile. Non mi ero accorta che fosse ridotta in quello stato. Colpa mia. Sono la sua unica parente. Avrei dovuto preoccuparmi della sua salute.
- Sposta quella maledetta torcia e spiegami cosa è successo. Maledizione.- Ma lei continua a fissarmi immobile, incurante delle mie parole e del mio fastidio.
Anche io la osservo, tra le palpebre socchiuse. Ha il volto scavato, emaciato, butterato. La pelle sembra coperta di squame bluastre. E i suoi occhi grigi brillano, di una sinistra luce rossastra.
- Che cazzo hai combinato, zia!- Urlo in preda al panico.
Finalmente allontana la torcia dalla mia faccia.
– Sandra, - sibila con il sussurro gorgogliante di chi non ha più le corde vocali. – Te lo ricordi frate Francesco da Sellano? -
- Certo che me lo ricordo zia . . . Sono stata io a ritrovarlo. – Rispondo in preda ad un nefasto presentimento. – Usciamo di qui. Andiamo in chiesa. Il puzzo di questo posto mi soffoca. Non lo senti il lezzo della decomposizione?-
Scuote a fatica la vecchia testa coperta dal velo nero. – Non sono morte. – Sussurra. – Abbiamo celebrato i riti. Non sono morte. Presto torneranno a vivere. Ed io con loro. Abbiamo evocato gli antichi demoni che vivono giù nel profondo. Frate Francesco aveva ragione. L’ energia provocata dal terremoto ha aperto la strada. Ha rimescolato le faglie più profonde della terra ed ha riportato alla luce gli antichi abitatori degli abissi. E noi li abbiamo evocati. Eravamo sole, vecchie, stanche, malate . . Ma essi sono venuti . . . e ci hanno promesso la giovinezza e la vita.-
- Davvero, zia?- Sento i lunghi artigli della paura mordermi le carni e sbranarmi le viscere, ma cerco disperatamente di non lasciarmi andare. Fissandola negli occhi vitrei come quelli di un serpente, indietreggio lentamente, verso l’unica via d’uscita.
- Davvero, Sandra. – Sussurra sorridendo.-
Sento uno strano rumore. Degli scricchiolii. Ma non distolgo lo sguardo da lei. Forse perché non ho il coraggio di guardare. Con la coda dell’occhio, percepisco dei movimenti nella penombra. Sudari neri che strisciano rasenti le pareti. Le dodici sorelle si sono risvegliate. Presto verranno a prendermi.
- E, cosa vogliono in cambio, zia? – Le chiedo continuando a fissarla negli occhi. Sto ancora indietreggiando, lentamente. Sento una corrente d’aria lungo la schiena. L’uscita è alle mie spalle. Intorno, le dodici sorelle si sono alzate in piedi. Hanno iniziato a strisciare lungo i muri.
- Mangiare. – Sussurra. Sorride. Le labbra si sollevano e scoprono una fila di zanne aguzze come lame. Non è più mia zia, quella. E’ il demone degli abissi.
Mi porto la mano destra alla gola ed estraggo da sotto la camicetta la piccola croce benedetta che mia madre e mio padre mi regalarono il giorno del battesimo.
- Vade retro! – Grido, puntandogliela contro. Poi mi infilo nel cunicolo ed inizio a correre. Il demone rimane interdetto per qualche istante. Il tempo di fuggire. In un attimo arrivo nella sacrestia. Poi nella chiesa. Chiudo la vecchia porta di legno e la sprango. Gli spettri mi sono dietro. Ci metteranno poco a buttarla giù. I loro ululati mi provocano violenti tremiti d’orrore.
Intanto, sono uscita nel chiostro. E’ una notte di luna piena: tersa e gelida. I venti dell’ Adriatico hanno spazzato via le nuvole e i raggi del satellite rischiarano ogni cosa con la loro fredda luce metallica. Attraverso il chiostro e corro in cucina. Ci sono quattro bombole piene. Svito le manopole. Sento il rumore e l’odore del gas spandersi nell’aria. Presto Teodolinda sarà qui con la sua torcia, e allora . . . .
I rumori che giungono dalla chiesa mi informano che le sorelle hanno ormai sfondato la porta della sacrestia. Velocemente mi dirigo verso l’uscita. Ho vissuto tanti anni in questo posto. Potrei ritrovare ogni strada ad occhi chiusi.
Le sento muoversi. Le sento ululare. Sono in cucina. Guaiscono come cani famelici in cerca della preda.
Spalanco il portone di ingresso e mi precipito verso la macchina.
Un boato e poi una fiammata intensa.
Metto in moto e fuggo giù per il pendio.
So che non tornerò mai più a santa Cunegonda.
macrina