Era un mercoledì mattina d’agosto, con un tempo
perfetto e l’aria tiepida che accarezzava la pelle lieve come una seta e faceva
venire voglia di rimanere all’aperto per sempre. La giornata sarebbe stata
lunga e piena di sole, ma ora alle dieci, l’ombra degli alberi dava ancora un
po’ di frescura.
Ci eravamo date appuntamento ai margini del bosco,
per evitare spiacevoli incontri in paese: non volevamo che Stefano in un modo o
nell'altro ci rovinasse tutto. Eravamo pronte a partire, lo zaino in spalla e
una cartina spiegazzata tra le mani; non sapevamo ancora qual era la nostra
meta definitiva. Secondo i calcoli di Rebecca il meteorite era caduto oltre la
collina, ma dove di preciso nessuno poteva saperlo; nonostante tutto eravamo
fiduciose.
Ci mettemmo in cammino cantando.
Solo io ero stranamente silenziosa.
"A cosa stai pensando Sara?" mi chiese
Cassandra.
"A niente" mentii.
In realtà stavo pensando a quanto meravigliosamente
folle potesse essere la nostra avventura; eravamo un gruppo di ragazzine, tra
gli undici e i tredici anni, sole in mezzo ad un bosco (con tutti i rischi che
questo poteva comportare) alla ricerca di qualcosa che forse nemmeno esisteva.
Il nostro alla fine non era un viaggio alla ricerca di qualche pezzo di roccia
venuto dal cielo, ma era una possibilità che la natura ci aveva offerto per
sperimentare una libertà tanto anelata. Là, in mezzo al bosco, tra il fruscio
del vento tra le fronde e il cinguettio degli uccelli, tutto ci sembrava
lontano; ci eravamo lasciate alle spalle le viuzze polverose del paese, i bulli
e le loro cattiverie, i genitori violenti e le campane di vetro, la
consapevolezza che il male poteva raggiungerti un sabato estivo, prendere tuo
fratello e gettarlo come fosse spazzatura tra l'acqua stagnante, i topi e le
canne avvizzite dal sole.
Mentre pensavo a tutto questo fui scossa da un
brivido di paura; non ero spaventata per i pericoli che avremmo potuto incontrare
durante questo nostro viaggio, quanto per ciò che sarebbe successo al ritorno,
per come avremmo di nuovo affrontato la nostra quotidianità. Ci saremmo
riuscite? Durante il tempo in cui camminammo in fila indiana lungo il sentiero,
pensai che qualunque cosa sarebbe accaduta noi saremmo cambiate…e per sempre.
Allora non potevo immaginare che il tempo mi avrebbe dato ragione.
Il bosco sembrò spalancarsi all’improvviso e quasi
magicamente apparve un piccolo lago glaciale come un occhio verde-azzurro tra gli
alberi. Il sole si rifletteva sull’acqua cristallina, facendola brillare di
diamanti. Quello spettacolo ci fece rimanere senza fiato: era un posto
stupendo, quasi da fiaba; ci sembrava incredibile che si trovasse a poche ore
di cammino dal nostro paese.
Decidemmo di riposarci all’ombra degli alberi, in
riva al lago. Faceva caldo e la fatica ci aveva reso madide di sudore.
Fui la prima a spogliarmi e a tuffarmi: l’acqua era
fresca e limpida. Un gruppo di pesci scivolò silenzioso tra le mie gambe.
Sulla mia destra, la terra franava a picco sul lago,
un trampolino naturale di alcuni metri.
Pensai a Nicola, lui adorava l’acqua, il nuoto…se
fosse stato con noi sarebbe stato il primo a sfidare la gravità lanciandosi nel
vuoto.
Non avevo nemmeno finito di formulare il pensiero
che un grido squarciò il silenzio montano: Cassandra aveva fatto quel tuffo per
nostro fratello.
Quando riemerse ebbi la strana sensazione di
scorgere delle lacrime tra le gocce d’acqua che bagnavano il suo viso. Ma fu
l’impressione di un attimo.
“E dai entra!” l’esortazione di Rebecca ci costrinse
a nuotare verso di lei. Stava parlando con Giovanna che scuoteva il capo
guardandola dalla riva.
“Lo sai che sono delicata. Poi mi ammalo!”
piagnucolò.
“Ma quando ti ricapita una cosa simile!” continuò
Rebecca.
Giovanna abbozzò un sorriso triste…sembrava essere
stata per così tanto tempo sotto il controllo della madre da non riuscire più a
godersi i momenti di libertà. Questo viaggio la metteva alla prova, avrebbe
potuto spiccare un momentaneo volo, o lasciare che le sue ali si atrofizzassero
per sempre.
Giovanna scelse di volare e si tuffò con l’eleganza
della nuotatrice provetta che era.
Ancora oggi quando vado in una piscina o al mare non
posso fare a meno di pensare a quel bagno in quel lago di montagna;
sperimentando un contatto diretto con la natura avevamo ritrovato noi stesse,
il nostro essere ancora ragazzine, il nostro saper ridere per poco e il nostro
saper dimenticare tutto l’orrore di una vita annegandolo in uno specchio azzurro.
Il piccolo sentiero tortuoso costeggiava la grande
vallata a “V”, verde e intervallata da cespugli di cardi sui quali danzavano
variopinte farfalle e api indaffarate. In lontananza un torrente scorreva con
grande velocità e i piccoli spruzzi, che si formavano quando l’acqua dialogava
con i sassi, scintillavano ogni volta al torrido sole. I grandi larici, che
ombreggiavano il sentiero, sembravano guardiani secolari di quel luogo di pace
e armonia.
All’improvviso Giovanna si fermò, quasi una forza
naturale l'avesse afferrata; sul suo volto, prima sereno, apparve un'espressione
di sconcerto.
"Mia madre s'informerà" disse
semplicemente. E non ci fu bisogno di aggiungere altro. Apprensiva com'era, la
madre di Giovanna avrebbe sicuramente telefonato ai nostri genitori per sapere
come stava la figlia, se aveva mangiato abbastanza, se si era coperta, se stava
dormendo. Noi non ci eravamo preoccupate: il padre di Rebecca si rendeva a mala
pena conto della presenza della figlia e, per quanto riguardava me e Cassandra
…beh se questo nostro folle viaggio si fosse svolto due anni prima, ci saremmo
preoccupate proprio come Giovanna, ma ora…dopo la morte di Nicola tutto era
silenzio e disperazione.
"Dove le hai detto che dormivi?" domandò
Cassandra.
"Da voi!"
"Anch'io ho detto a mio padre che dormivo da
voi!"
"Io e Sara abbiamo detto che stavamo da
Giovanna, invece!"
Silenzio. Per un interminabile attimo nessuno parlò;
se la madre di Giovanna avesse fatto qualche telefonata, anche i nostri
genitori si sarebbero accorti della nostra sparizione; nessuna di noi aveva
pensato alle possibili conseguenze del nostro viaggio, almeno non fino a quel
momento.
"Ci puniranno!" disse semplicemente
Cassandra; e in quel momento i nostri sguardi ansiosi si puntarono su Rebecca.
Lei scacciò via il problema con un gesto della mano,
quasi fosse un insetto fastidioso.
"Ci sono abituata" disse laconicamente,
cercando di sorridere, ma il suo viso non le ubbidì.
"Siamo sempre in tempo per tornare
indietro!" esclamò Giovanna; noi la fissammo e per la prima volta non
vedemmo paura e rassegnazione nei suoi occhi, ma determinazione e coraggio.
Senza curarsi di ciò che aveva appena detto, fu la
prima a rimettersi in cammino: noi la seguimmo…non ci importava delle
conseguenze e ancora oggi, nonostante sappia quanto caro ci costerà quel
viaggio, rifarei quel passo verso la nostra libertà.
La notte aveva intinto i suoi pennelli nella
tavolozza della natura, dipingendo tutto di una tonalità grigio-verde. Le
stelle nel cielo erano numerose, una scia infinita di schegge di brillanti
appuntata ad un manto di velluto nero, e noi non potevamo fare a meno di
ammirarle.
Ci eravamo accampate nei pressi di una parete
rocciosa, la cui sporgenza ci avrebbe fatto da tetto; avevamo steso i nostri
sacchi a pelo intorno al fuoco e ci eravamo nutrite di patatine e barrette di
cioccolata.
Nonostante il caldo afoso del giorno, l’aria era
frizzante e, da nord, spirava un fastidioso vento.
“Che ne dite di un bel racconto dell’orrore?”
propose Rebecca, illuminandoci ad una ad una con la sua torcia.
Annuimmo tutte entusiaste.
“Narra la storia che secoli or sono la notte era
dominata da strani esseri…” fu così che Rebecca cominciò la storia che,
quindici anni più tardi, sarebbe stata pubblicata con il titolo “Il figlio
della notte”. Allora lei non lo sapeva, ma sarebbe diventata una delle più
famose scrittrici di horror, avrebbe vinto numerosi premi e si sarebbe trovata
più volte in foreste buie a cogliere l’atmosfera per un suo racconto.
Mi è capitato più volte di rileggere “Il figlio
della notte”, così come non ho mai perso nessuno dei suoi libri, eppure non ho
più provato quel brivido di paura che mi scosse quella sera. Sarà che eravamo
delle ragazzine sole in mezzo alla foresta, che il vento giocava con gli alberi
creando rumori e fruscii inquietanti, fatto sta che quando Rebecca concluse il
suo racconto, noi ci ritrovammo strette l’una all’altra tremanti.
Restammo in silenzio, per non so quanto tempo,
guardandoci intorno letteralmente terrorizzate, mentre Rebecca rideva della
nostra paura.
La notte era chiara, limpida, ma la luna ai nostri
occhi aveva assunto l’aspetto minaccioso che sembra di intravedere nei film sui
vampiri. Piccole figure contorte si distinguevano nella parte bassa delle
montagne, poi tutto diveniva scuro, un tutt’uno con il cielo…solo le cime
perennemente innevate risplendevano come torce di diamanti.
Un corvo gracchiò in lontananza e noi gridammo
all’unisono. Ci voltammo e ci divertì l’imbarazzo di Rebecca per essersi
spaventata anche lei per la sua stessa storia.