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MinimizeUna questione di vita
 
   
Location: BlogsLe Leggende e i PoemiRacconti Brevi    
Posted by: Gael 22/11/2006

Non erano altro che marmaglia da schiantare o sfruttare sul campo, non potevano avere alcun pensiero, niente cuore o pietà per loro. Molti credevano non fossero neppure in grado di parlare. Eppure essi discutevano, con alfabeti complessi ed ordinati, una grammatica e logica impeccabili. Ma nessuno li aveva mai visti farlo, mai un sussurro udirono coloro che normalmente erano in ascolto, costantemente attorniati dai loro discorsi. Li uccidevano per il gusto di farlo molto spesso. Bastava una spada per spezzare il loro corpo, giovane o vecchio, debole o temprato che fosse. Alcuni di loro si muovevano, cercavano di fuggire, abbandonando la loro terra natia per trovare scampo per qualche tempo ancora, prima che lance e fuoco arrivassero anche nella nuova patria, per troncare le loro vite, appese a sottili fili l’una all’altra. Mai un figlio veniva abbandonato dal padre, mai il fratello dall’altro parente, colui che restava, si trascinava dietro decine di altri esseri, che impassibili cercavano di resistere alla distruzione totale, un eccidio che più volte e in diversi luoghi veniva compiuto, a volte sistematicamente. La pioggia non gli arrestava, la terra li proteggeva, eppure la morte raggiungeva sempre i loro corpi, sempre venivano decimati. I loro Dei erano molteplici, la loro ira terribile, e coloro che sfidavano il loro potere, riuscivano nel loro intento, non senza pagare il fio delle colpe, sempre pagavano, sempre tutto era restituito dalle potenze che proteggevano gli innocenti. Quel giorno, un triste giorno dei mesi freddi, molti erano i nemici, molti e ben armati, grandi falò avevano istituito nella pianura dove avevano il campo. Grida in quella piana normalmente tranquilla, e dove normalmente un vento leggero soffiava, ora una nebbia fitta era calata, ricoprendo ogni anfratto. La visuale era molto bassa, ma il nemico aveva studiato le loro posizioni, conosceva il percorso, e sarebbe giunto senza difficoltà ad essi, dando inizio al massacro tanto temuto. Mentre ad un tratto un corno segnalò l’inizio della battaglia da parte degli attaccanti, un debole vento si levò dalla pianura, il lamento della Madre Terra, che piangeva per la sorte ria dei suoi figli prediletti, prima della fine un ultimo appello. Ma la carica ebbe luogo, violenta, atrocemente devastante. I primi innocenti caddero, inermi di fronte alla potenza degli assalitori, e urla silenziosi portate dal vento richiamarono l’attenzione di coloro che ancora erano sopiti, in un sonno privo di sogni, una veglia eterna. Quando si destarono, negli occhi scesero avevano polvere antica, ma percependo l’odore del sangue dei fratelli caduti, si scossero, e dagli occhi scesero amare lacrime, mentre le loro bocche all’unisono sibilarono come la brezza autunnale. Agli occhi dei nemici erano tutti uguali, tranne alcuni particolari, e proprio questi custodi si potevano riconoscere facilmente, dai tratti femminei, dal corpo aggraziato, la pelle liscia, e arti sottili eppur possenti La vendetta ora le muoveva, e veloci scavalcavano le rocce e i corpi morti dei loro amici, fraterni compagni, Non era importante chi fossero, ma contava che ora erano morti, uccisi inermi senza colpa. Quindi li videro. I nemici erano la, con le loro armi taglienti, con i loro sguardi divertiti, come se quella non fosse una guerra per loro. Li osservarono a lungo, fissandoli con occhi carichi di odio, maledicendo ogni secondo che perdevano, e in cui altri compagni perivano. Quindi agirono. Si lanciarono come furie, calando numerose e travolgendo nella loro carica tutti coloro che avevano abbastanza fegato, o piuttosto non molti riflessi per fuggire. Annullavano vite come fuscelli, senza dolore come essi facevano, ridendo e gridando. No, la loro era una battaglia per giustizia, e la giustizia non vuole risa o gioia, solo morte. Imploravano pietà, come sempre, era la cosa che meglio sapevano fare...gli uomini. Alcuni in ginocchio piangevano, ma la pietà non veniva mai loro concessa, come essi mai ne concedevano, non era un piacere ucciderli, anche nel momento in cui gridavano insulti come: “Maledetti demoni degli inferi, stanno arrivando le driadi, fuggite, il male si è risvegliato dalla terra!”. Tutto il campo era allertato, la metà fuggiti e i rimanenti morti o in fin di vita. Dopo pochi minuti una delle custodi notò uno degli uomini, armato di una pesante accetta, appoggiato ad un masso, mentre nei suoi occhi si svolgeva un delirio di paura folle e desiderio di vita. La driade si avvicinò, lentamente, passo dopo passo, facendo scricchiolare le secche foglie sul terreno, fino a giungere di fronte all’uomo accucciato, sovrastandolo completamente. “Noi lo facciamo solo per sopravvivere, siamo solo boscaioli, non facciamo nulla di male...” disse lui con la voce che si spezzò, non reggendo il veloce battito del suo cardio impazzito. Fredda fu la risposta, come il respiro dello Zefiro, un sospiro delicato, gelido, tagliente: “Anche noi lo facciamo per sopravvivere...” Nessuna risposta seguì dalla bocca dell’uomo, poiché nel suo cuore ora un lungo braccio scaglioso era conficcato, i suoi occhi vacui, la sua bocca silenziosa. La driade si staccò da lui, e si diresse verso un tronco abbattuto, che ora giaceva muto senza vita a terra, mentre resina usciva a fiotti dalla base scortecciata. Pianse la silvana creatura piccole lacrime di linfa dal color dell’ambra, che si infransero con il nodoso corpo del suo fratello faggio, o abete, o platano. Oramai poco importava di coloro che erano morti, sarebbero divenuti terra nella terra, riunendosi ai sopravvissuti. Coloro che avevano resistito, ora per molto tempo sarebbero stati risparmiati per il timore che un evento come quella crudele battaglia avrebbe portato nei cuori di tutti i profanatori umani. Ma un monito si doveva lasciare, per coloro che invadevano la terra, per coloro che portavano la distruzione e con la medesima moneta erano ripagati. Lunghi viticci si avvolsero sui corpi degli uomini caduti, avvolgendoli completamente, senza però coprirne i volti, pallidi, inermi ora. La driade si avvicinò a quello che aveva personalmente stroncato, e poche parole uscirono dalla sua bocca, ora come un gentile e giocoso vento primaverile: “Boscaioli...certo...come sempre...”. Quindi svanì con i suoi simili nel folto della foresta, cantando un allegro motivo e ritornando poi al sonno di custodia, ora popolato dagli spiriti di tutti coloro che erano caduti, e che orano si ritrovavano festosi, tornando alla terra da cui era venuta.

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Comments (2)   Add Comment
Re: Una questione di vita    By fabio on 23/11/2006
Mi hai svelato la presenza di creature di cui non sapevo nulla! Curiose queste driadi, mi piacciono ^__^

Re: Una questione di vita    By Andrea on 23/11/2006
Bella l'immagine delle lacrime di linfa, e anche quella delle parole come vento primaverile. Tutto sommato sono contento di questa pausa dal Prescelto :)


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