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 | | La piena
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Location: Blogs I racconti dell'arancione |
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| Posted by: emmaus 2007 |
01/02/2008 15.16 |
L’acqua aveva cessato da pochi istanti di precipitare giù dal cielo nero, ma non per questo era sparita. Tutt’altro. Convogliata tra i precari argini del fiume Tolmez, scendeva rovinosamente e rumorosamente a valle, trascinando con sé ogni cosa impossibilitata a resistere alla sua mostruosa forza. Era da poco passata la mezzanotte. Dal minuscolo paese di Seggiul, allineato lungo la sponda destra del Tolmez, non si levava il minimo virgulto di vita: era stato evacuato in giornata, per il timore di un’ondata di piena. Da sedici giorni stava piovendo, con un’insistenza quasi maniacale. Per rintracciare un simile evento atmosferico, occorreva andare indietro con la memoria di ben 119 anni, quando il precedente nucleo abitato era stato completamente spazzato via dalla furia delle acque. Un lume apparve nella notte: si trattava di una lanterna a petrolio, sorretta con mano ferma da Tomas il libraio. Con prudenza, questi si avvicinò alla massa liquida che scivolava via a pochi centimetri dal bordo terroso, e quindi rabbrividì. Faceva veramente paura. In quel preciso momento, Tomas si pentì di non aver voluto abbandonare la propria abitazione, infrangendo la legge degli uomini e quella del buon senso. D'altronde, che senso poteva avere la vita se privata di quel che ne costituiva la linfa vitale, almeno per lui? Se era destino che le acque spazzassero via la sua casa coi suoi preziosi libri, beh, avrebbero dovuto portarsi via pure lui. Aveva pensato di imballare il tutto per portarlo via da quei paraggi, ma non ce l’avrebbe mai fatta. Il tempo era troppo limitato, e i libri troppo numerosi. Aveva deciso di rimanere. Gli scatti di paura erano reazioni comprensibili in determinate circostanze, ma andavano circoscritti e spenti come un incendio nei boschi. Al debole chiarore della lanterna, Tomas proseguì lungo l’argine, affascinato dallo sfoggio di forza liquida del Tolmez. Qualche tuono scardinava in lontananza la gravosità incombente delle bassi nubi, non lasciando presagire nulla di buono. Di lì a poco avrebbe ricominciato a piovere, e forse si sarebbe trattato della classica goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso. Tomas stava per rimettersi sui suoi passi, quando intravide con la coda dell’occhio un lume poco distante da lui. Se si fosse trattato di un gendarme, ormai era troppo tardi per fuggire, e quindi Tomas gli si fece incontro. L’erba fradicia che spuntava dal terreno fangoso agì da colla sulle suole dei suoi stivali, ma l’altro individuo gli risparmiò un po’ di fatica facendoglisi incontro. Giunti a pochi metri, Tomas notò con stupore che si trattava di una donna: l’aveva già vista in paese, e se non sbagliava si chiamava Egle. Pur soggiornando in una località di poche anime, Tomas conduceva una vita riservata, riducendo al minimo indispensabile i contatti con le altre persone. - Buonasera - disse Tomas, un po’ imbarazzato. - ‘sera. Dopo una pausa fin troppo lunga, lui proseguì: - Potrebbe essere pericoloso stare qua. C’è stata l’evacuazione. Il fiume potrebbe debordare da un momento all’altro. - Già - annuì la donna - Anche lei è in pericolo, però… - E’ vero, ma… Tomas si interruppe. Non sapeva bene come giustificare la sua presenza lì. Infine decise d’essere sincero:- Non mi andava proprio d’abbandonare la mia casa, le mie cose… - Lei è Tomas il libraio? - Sì. - Ah… Calò di nuovo il silenzio. Gli sguardi tornarono al fiume, che lambiva come una lingua di serpe gli argini sdrucciolevoli. - Chissà se riprenderà a piovere… - commentò quasi tra sé Tomas. - Penso proprio di sì. Tomas la fissò. Ora ricordava: era Egle la vedova. L’ereditiera. Non rammentava chi glielo avesse detto, ma era sicuro di non sbagliarsi. La donna riprese: - Forse lei si sta chiedendo come mai non sono fuggita via con gli altri - gli occhi sempre immobili nelle nere acque - In parte, condivido la sua idea. Non mi va d’abbandonare la mia casa. - Le case si possono ricostruire, anche in paraggi meno pericolosi - ribadì Tomas - O forse, pure lei ha qualcosa in casa che non può permettersi di perdere? Lei si girò. Lo guardò dritto negli occhi, rimandandogli i bagliori della lanterna. - Tutt’altro. Mi spiego meglio. Non mi sono mai piaciute le imposizioni. Lei deve andare via, pena una multa o la prigione! Assurdo. E non ho parenti che possano impensierirmi. Ma questo è solo un’appendice. Il vero motivo per cui metto a repentaglio, forse stupidamente, la mia vita è un altro. - Sono indiscreto se glielo chiedo? - No. Mi sento in vena di confidenze - fece una lunga pausa - Sono rimasta vedova undici anni orsono, senza figli. I miei genitori sono morti da tempo pure loro, ed ho sufficienti amiche da esserne nauseata. Grazie ad una consistente eredità, posso considerarmi benestante, senza necessità di lavorare. In sostanza, mangio, bevo, dormo, e non ho problemi da risolvere. - Beata lei. - Nient’affatto. Questa dannata routine mi sta uccidendo, e molto lentamente, come un gas inodore assunto a piccole dosi ma infine mortale. Passo le mie giornate nella noia più nera, facendo e rifacendo sempre le stesse cose: alzarsi al mattino alle otto, lavarsi, fare colazione, leggere il giornale, impartire le solite direttive alla cameriera, quindi pranzare, pisolino, passeggiata pomeridiana con qualche petulante coetanea, infine cena, un po’ di tv e quindi a letto. Tutte le giornate in questo modo. Tutte assolutamente uguali. Una routine pazzesca, senza spiragli da poter fuggire. - Magari lasciando Seggiull per una città… - No, no. Non è il numero di abitanti o di negozi che possono cambiare la situazione. La routine è dentro di noi, poveri esseri abitudinari… - Beh, con l’alluvione le cose saranno migliorate… - constatò ironicamente Tomas. - Finalmente - reagì lei seria - Qualcosa di nuovo, finalmente! Insomma, rompiamo il grigiore quotidiano, seppur splende il sole! Mi spiace per le persone o cose che ci andranno di mezzo, ma io non posso soffocare la gioia che s’è impadronita di me. E non me ne frega niente della casa in cui ho vissuto come una reclusa - si contraddisse - Che venga pure giù. Ma non mi voglio perdere un istante di questa grandiosa novità - ritornò a fissare il fiume - Guardi quant’è bello. E’ magnifico. Emana una forza quasi sovrannaturale… - A me invece fa un po’ paura... - ammise Tomas - Dovesse innalzarsi ancora un poco sarebbero guai, guai grossi… - Ma allora perché non se ne va? - quasi lo aggredì Egle - Perché non va a rintanarsi con tutti gli altri in un luogo sicuro, alla ricerca d’una tranquilla routine? Perché se ne sta qua nel cuore della notte a discutere con una svitata? Tomas sospirò, ma il rumore delle acque coprì il suo gesto. - Non voglio abbandonare i miei libri. - Sono così preziosi? E perché non se li è portati via? - Sono troppi. Non basterebbe un mese ad imballarli. E per rispondere alla prima domanda, non lo so. - Allora perché ci tiene tanto? - Sono la mia ragione di vita. Ho fatto il libraio per qualche anno, in una città lontana, esercitando in uno di quei minuscoli locali con scaffali alti fino al soffitto. Mi occupavo soprattutto di compravendita di libri rari, appassionandomene enormemente. Pensi che ero giunto al punto di soffrire ogni qualvolta dovevo separarmi da uno di essi. Era per me una tragedia. Tenevo i prezzi tremendamente alti per impedire che ciò avvenisse, ma ogni tanto, purtroppo, dovevo piegarmi alle ferree leggi del commercio. Io cercavo di dissuadere ogni acquirente, ma appena mi trovavo in mano uno di quei rari volumi, non potevo impedirmi di esaltarne le qualità, e quindi non riuscire a venderlo non era facile - spiegò l’uomo con sincerità - Ma che gioia stare in mezzo a loro, sfogliarli lentamente, annusarli, assorbire le impalpabili emanazioni racchiuse in quei sottili fogli ingialliti dal tempo. Passavo notte e giorno con loro, lasciando perdere altri contatti sociali, o meglio i contatti sociali. Finalmente chiusi bottega, e mi ritirai quassù coi miei amati libri. Potendo disporre di fondi a sufficienza, come lei, non ho dovuto fin ora subire l’umiliazione di cercarmi un lavoro. - Uguale a me. - Già. - E quindi se dovesse venir fuori il fiume… - Perirei coi miei libri. In fondo, ho raggiunto una bella età, posso permettermi di lasciare questo mondo soddisfatto… - Ma gli argini terranno? - Mah, chi può dirlo. L’acqua è al limite. E’ sufficiente un solo bicchiere per decidere la nostra sorte - si girò a guardarla - Ma tu cosa vorresti che accadesse? - Che questo momento durasse in eterno. I due si sedettero su di un masso vicino al Tolmez e quindi in silenzio si misero ad aspettare.
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| Copyright ©2008 emanuele tavola |
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Comments (2)
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Re: La piena |
By Andrea on
04/02/2008 15.08 |
Ciao Emanuele,
e' molto bello. Uno dei miei preferiti finora tra quelli scritti da te. Molto bella la figura del libraio, nel quale mi immedesimo un po', mentre ho trovato un po' forzata la vedova. Grazie per avercelo fatto leggere :) |
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Re: La piena |
By emmaus 2007 on
04/02/2008 16.03 |
| Grazie Andrea. Son contento che ti sia piaciuto. Al prossimo! |
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