La camerata era lunga, fredda,
con i soffitti alti. Su ciascun lato erano allineati, con precisione militare,
venti letti. Finestre allungate, ricoperte da spessi strati di ghiaccio,
interrompevano la continuità delle pareti. Le pesanti imposte restavano aperte
di giorno, nelle poche ore di luce, e venivano chiuse la sera, quando fuori
cominciava a diventare buio.
L’unica fonte di chiarore,
allora, era la luce blanda delle lampadine al soffitto.
Viveva in quel posto da oltre
vent’anni.
Stupiva il fatto che fosse allo
scuro di un sacco di cose. Non aveva mai sentito parlare di armi nucleari, di
John Kennedy, del primo uomo nello spazio, dei Beatles, di Vietnam, di
televisione a colori, di figli dei fiori…l’elenco era lungo, vent’anni di storia.
Nella sua memoria erano impresse esclusivamente parole in codice, parole
d’ordine e in gergo militare usate per una guerra ormai dimenticata.
Il suo nome era Marc Renit, ma
laggiù nel gulag di Vastova, nella Siberia occidentale, era semplicemente il
prigioniero 2056.
Era stato catturato nel maggio
del 1945 da un battaglione di inglesi, insieme ad altri dieci commilitoni. Per
mesi aveva vissuto in un bunker britannico, ogni giorno nuovi interrogatori e
pestaggi. E’ strano, ma l’unica cosa che gli era rimasta impressa di quel
periodo era il colore del pavimento della sua cella: verde sporco, chiazzato di
sangue e muco.
Poi un giorno la porta della
cella si era spalancata, alcuni soldati russi avevano preso in mano il bunker e
cacciato i soldati inglesi; aveva sperato di tornare a casa, dalla sua
famiglia, aveva sperato che tutto fosse finito e invece…tutto cominciava, ma in
una nuova lingua.
A forza erano stati caricati su
un treno merci e condotti tra le mani dell’Inferno Bianco.
Nei primi tempi una piccola
scintilla di speranza e ribellione aveva continuato ad alimentare i loro cuori,
ma alla fine anche quella fiammella si era spenta, arresasi al ghiaccio della
Siberia.
Erano diventati vecchi, si erano
abbandonati ai ricordi di una vita che sembrava finita da tempo, e alla fine
erano morti.
Marc era rimasto solo. Solo lui e
il tran tran quotidiano di una prigione che andava avanti negli anni come se
nulla nel mondo fosse mai cambiato.
La routine veniva spezzata in
rarissime occasioni. Le infermiere, gli inservienti con i carrelli, il dottor
Dimitrov. L’alba, mezzogiorno, tramonto. Primavera, estate, autunno, inverno.
Ma soprattutto l’inverno. L’inverno e il freddo pungente, gelo alle finestre,
stalattiti di ghiaccio sul soffitto.
Il senso di solitudine era
opprimente.
Marc non sapeva nulla: la guerra
era stata davvero persa, cosa ne era stato del suo paese, e della sua famiglia?
In tutti questi anni non gli era stato concesso il permesso di scrivere nemmeno
una lettera per far sapere ai suoi cari che era ancora vivo.
La porta dello stanzone si aprì.
Puntuale come un orologio
svizzero apparve il dottor Dimitrov, ma stavolta non era solo. Accanto a lui
una donna avvolta in una pelliccia scura che le arrivava fino ai piedi. Alta,
capelli biondi severamente raccolti in una crocchia, un volto angelico
sfregiato da un sorriso cattivo e da uno sguardo più freddo del ghiaccio che
incrinava i vetri della stanza.
“Salve Marc, come si sente oggi?”
domandò in un perfetto tedesco.
“Come se avessi passato gli
ultimi vent’anni della mia vita in una prigione russa!” replicò, stupendosi
della sua capacità di essere ancora sarcastico, nonostante tutto.
La signora non si scompose, si
sedette su un letto vuoto e tirò fuori dal taschino una sigaretta.
“Posso?” chiese educatamente.
Marc scrollò le spalle.
La donna cominciò a fumare.
Un silenzio pesante quanto il
mondo si incuneò tra loro.
Cosa voleva quella donna da lui?
E Perché il dottor Dimitrov era fermo sulla soglia, quasi in attesa? Forse era
giunto il momento anche per lui di lasciare questo mondo?
La possibilità di morire lo
allarmò…nonostante tutto quello che aveva passato, nonostante le torture, le
marce nella neve a piedi nudi, nonostante avesse visto morire tutti i suoi
amici, nonostante tutto il mondo lo considerasse già morto, Marc capì di non
voler morire, non in quel modo, non per mano di una donna in pelliccia e del
suo fido assistente.
Aveva quarantadue anni e non
aveva più vissuto un giorno di libertà da quando ne aveva venti, ma in quel
momento giurò a se stesso che sarebbe morto da uomo libero.
“Vorrei farle vedere una cosa”
La donna si alzò e prese dalla
tasca una foto. L’istantanea ritraeva una bella donna, seduta ad un tavolo di
un bar all’aperto che beveva un caffé con un ragazzo dai capelli biondi. La foto
sembrava fatta da una certa distanza, all’insaputa dei due.
“Credo che non abbia mai visto
una fotografia a colori, vero?!”
Nonostante fosse la verità, Marc
non rispose e non mostrò stupore, quasi non volesse darla vinta a quella donna.
“La guardi, le dice qualcosa?!”
“Dovrebbe!” replicò stizzito.
La donna sorrise, poi fece segno
di sì con il capo.
“Dovrebbe…questa è Eloise, la sua
Eloise…forse lei la ricorda più giovane…e l’uomo accanto a lei è suo figlio
Tom, ma probabilmente lei non sapeva nemmeno di averne uno, giusto?”
Marc strinse i pugni e serrò la
mandibola. Avrebbe voluto piangere ed urlare, ma si sforzò di rimanere calmo;
era distrutto da un dolore lacerante, devastato interiormente, ma nulla trapelò
all’esterno; sul suo volto composto un’espressione confusa e irritata e tra le
ciglia trepidanti una lacrima furtiva.
L’ultima volta che aveva visto
Eloise, era stato nel settembre del 1944, durante una licenza. Erano andati al
lago, avevano fatto un pic-nic…soli, su quella piccola mezzaluna di sabbia,
cullati dallo sciabordio delle acque, avevano cercato di dimenticare che
vivevano in un periodo di guerra, che lui presto sarebbe dovuto tornare al
fronte e lei avrebbe cominciato il suo volontariato come croce-rossina.
Era bella Eloise nel suo camice
bianco, i suoi occhi azzurri risplendevano compassionevoli sul suo volto da
cammeo, i suoi capelli ricci sfuggivano ribelli alla cuffietta, scendendole
lungo il viso in dolci boccoli dorati e il suo sorriso sapeva infondere
coraggio e conforto.
L’aveva amata e continuava ad
amarla.
Avevano fatto l’amore quel
giorno, al chiaro di luna, sotto la luce delle stelle, avevano concepito Tom…e
lui lo scopriva solo ora, per mano di un diavolo in pelliccia.
“Cosa vuole da me?” sbottò
all’improvviso “Si diverte a torturarmi in questo modo? Se deve uccidermi si
sbrighi e facciamola finita!”
Sul volto della donna apparve
un’espressione divertita e confusa.
“Ucciderla?! Ma come le viene in
mente…se avessi voluto ucciderla lo avrei già fatto non crede…no lei mi serve
vivo…”
“Ma allora…”
“Sono qui per proporle un
patto…se lei mi dirà quello che voglio sapere potrà tornare dalla sua Eloise, e
da suo figlio…dopotutto perché continuare a mantenere il segreto, sono passati
tanti anni, tante cose sono cambiate…la guerra è finita, i suoi amici sono
morti…non faccia lo stupido. Ci pensi, mi raccomando”.
Detto questo si alzò e se ne
andò.
Le luci si spensero e Marc fu di
nuovo solo in quella stanza troppo grande.
Fece uno strano sogno quella
notte. Si trovava fuori, in un’immensa distesa di neve…ovunque guardasse vedeva
solo bianco e bianco…una monotonia cromatica disperante. Ad un tratto si
solleva il vento, poi una tempesta di ghiaccio lo avvolgeva…sentiva la carne
essere divorata dal gelo…il freddo era ovunque, penetrava in ogni angolo del
suo corpo, gli bruciava la gola, gli intirizziva le mani.
Chiudeva gli occhi e quando li
riapriva la tempesta era finita.
Una donna avanzava verso di
lui…era vestita di bianco e faceva fatica a seguire il suo cammino tra tutta
quella neve, eppure aveva subito riconosciuto la sua figura.
“Eloise!” gridava con tutto il
fiato che gli era rimasto.
Correva verso di lei, sollevando
ad ogni passo soffici nubi di neve.
Non appena la raggiungeva si
fermava a pochi metri…lei gli dava le spalle.
“Dimmi la verità…tu mi ami ancora
Marc?!”
Oh, la sua voce, la sua splendida
voce…come le era mancata…
“Come puoi dire questo! Ti ho
amata e ti amo tuttora!”
“Allora torna da me…stringimi
forte!”
Lui le afferrava il braccio e la
costringeva a girarsi e in quel momento si rendeva conto che davanti a lui
c’era la misteriosa donna con la pelliccia.
Si svegliò urlando, madido di
sudore, con il cuore che gli batteva forte nel petto.
Nonostante la stufa e le coperte,
rabbrividì per il freddo.
Il mattino arrivò, accompagnato dalla
stessa tempesta di neve del suo incubo. Dopo essersi svegliato non era più
riuscito a riaddormentarsi, ogni volta che chiudeva gli occhi gli ritornava in
mente Eloise e il suo trasformarsi nella misteriosa donna con la pelliccia.
Aveva fissato il soffitto alla ricerca di una soluzione.
La guerra è finita, sono cambiate tante cose, sono passati tanti anni.
Le parole dette da quella donna
gli risuonarono vuote nella mente. Qui non si trattava di svelare un segreto o
di continuare a mentire, si trattava di credere ancora in quei principi e in
quei valori che lo avevano cresciuto, di prestare fede a quel giuramento per
cui i suoi compagni erano morti, di onorare il tatuaggio che aveva sotto
l'ascella e tutto ciò che esso rappresentava.
Quando la porta si aprì, Marc non
si stupì di vedere la donna e poco dietro il fido dottor Dimitrov con un paio
di siringhe tra le mani…volevano farlo parlare e avrebbero usato qualsiasi
mezzo. Sul volto di Marc apparve un mezzo sorriso, erano vent'anni che lo
drogavano e lo imbottivano di medicinali per indurlo a parlare, ma lui aveva
sempre resistito…a meno che non avessero creato una nuova sostanza nel giro di
una notte quella siringa non avrebbe fatto altro che stordirlo.
La donna sembrò intuire i suoi
pensieri, perché fece segno al dottore di lasciarli soli.
"Ieri sono stata una
maleducata, non mi sono presentata. Il mio nome è Eli Markovitz" esordì,
mostrando un cartellino del KGB, la polizia segreta russa nata dalla ceneri di
quella che, in tempo di guerra, lui conosceva come NKVD.
Alla vista del documento Marc si
allarmò: le cose erano due o l'identità della donna era falsa e quindi non
rischiava nulla rivelandola a lui o semplicemente aveva già deciso la sua morte
e quindi non gli interessava se conoscesse o meno il nome del suo assassino.
Eli si sedette sullo stesso letto
del giorno prima.
Se Marc non avesse passato una
nottata d'inferno, avrebbe potuto giurare che il tempo non fosse trascorso: la
donna era vestita allo stesso modo, con la pelliccia scura che le arrivava fino
ai piedi, tirò di nuovo fuori una sigaretta chiedendogli il permesso, lo guardò
con il medesimo sguardo glaciale che lo fece rabbrividire.
Fu in quel momento, mentre la
osservava sogghignare che capì: qualunque cosa avesse fatto o detto non aveva
via di scampo. Se svelava il suo segreto lo avrebbero ucciso per il semplice
fatto che sapeva, se avesse continuato a tacere probabilmente lo avrebbero
minacciato di fare del male alla sua famiglia.
Non voleva mettere in pericolo
Eloise, né Tom…ma non poteva nemmeno tradire la memoria dei suoi compagni e
rendere vani gli ultimi vent'anni della sua vita.
"Vogliamo parlare"
suggerì la donna.
Marc non rispose. Le voltò le
spalle.
"Bene, la scelta e sua…io
non ho fretta e i miei uomini non hanno scrupoli!"
Eli Markovitz si alzò e se ne
andò con il passo rapido che dettava il tempo dell'offesa ricevuta.
Non richiuse la porta…lasciò che
il freddo e il ghiaccio entrassero nella stanza.
Il vento spingeva verso l'interno
neve e grandine facendo precipitare la temperatura; avvolto dal freddo
siberiano Marc capì cosa doveva fare…si stupì del fatto che non ci avesse
pensato prima.
Quando quella mattina di aprile
era entrato nel bunker sotto la cancelleria i corpi bruciavano ancora,
sorvegliati da un ragazzino sull’orlo del pianto. Lui non sapeva e non avrebbe
mai saputo.
Davanti a lui c’era una porta
anonima, ai lati due soldati, le due rune ricamate sulle divise. Li aveva
salutati ed era entrato.
Hitler gli dava le spalle,
sembrava assorto.
Quando si era girato aveva notato
che sembrava invecchiato di colpo, sul volto ferite che non sanguinavano, ma
che facevano altrettanto male; la mano leggermente tremante.
“A che punto siamo arrivati…”
aveva esordito cupamente “Tutto sembra perduto; i comunisti russi sono alle
porte di Berlino, la città è distrutta e con lei il sogno di una grande Europa,
di una nuova civiltà. Siamo stati vittime di un complotto ben organizzato:
massoni, bolscevichi, ma sopratutti gli ebrei hanno tramato alle nostre spalle.
Non gli è bastato averci costretti a questa guerra fratricida, no…volevano di
più” aveva fatto una pausa, quasi a soppesare bene le parole “Ci hanno
ingannato, mentre ai nostri occhi si mostravano deboli, facendosi
deliberatamente annientare nell’Europa orientale, i sionisti americani tessevano
la loro tela e, come il più infido dei nemici, ci hanno piantato un coltello
nella schiena. Ma noi non possiamo arrenderci, la Storia non ce lo
perdonerebbe. Noi siamo la razza superiore, i figli della Luce, Dio è con
noi…questa non è una fuga, è una pausa…una riorganizzazione…come abbiamo fatto
dopo la prima guerra mondiale faremo credere ai nostri nemici di averci
sconfitto, umiliato e poi colpiremo, di nuovo, senza pietà…estirperemo il male
dall’Europa e dal mondo. Io mi porto sulle spalle la responsabilità di un
intero popolo, il partito nazista ha giurato alla Storia di cambiare il mondo,
ha giurato a Dio che avrebbe annientato il giudaismo e manterrà le sue
promesse!”
Hitler si era voltato, gli occhi
febbricitanti; nonostante gli anni, le delusioni e le sconfitte riusciva ancora
ad emanare carisma e forza.
“Noi siamo pronti!” aveva
annunciato e il piano, noto con il nome in codice di Operazione Fenice, era
cominciato.
Avevano caricato Hitler su un
furgone, gli avevano tagliato i baffi, tinto di biondo i capelli e dato abiti
civili; avevano viaggiato di notte e si erano nascosti di giorno per due
settimane, ma alla fine erano riusciti nel loro intento. Il Führer era salvo in
un anonimo paese svizzero, con una nuova identità.
Il suo gruppo era stato catturato
dagli inglesi sulla via del ritorno ad Altenburg, nei pressi di Lipsia; non era
stato difficile capire come avessero fatto a sapere del loro piano, i traditori
erano ovunque, ma per fortuna non erano riusciti a carpire informazioni utili sulla
destinazione finale di Hitler. Pochissime persone erano state messe a
conoscenza del piano originale: Marc, i suoi compagni e Himmler, che si era
suicidato poco dopo la sua cattura.
Ormai sono rimasto solo pensò, tornando con la mente al presente Solo io so che il nostro amato Führer è
ancora vivo, che sta riorganizzando il partito in gran segreto, che sta
lavorando perché i tempi siano pronti per accogliere di nuovo le idee della
purezza ariana.
Marc guardò oltre la finestra,
oltre la distesa di neve, oltre il plumbeo del cielo…immaginò di ritrovarsi in
Germania, nel grande Reich, di sfilare orgoglioso alla testa di un nuovo
reggimento di SS, di fare il saluto a Hitler e ai suoi nuovi seguaci, di
assistere alla costruzione di una nuova Europa, libera dal sionismo, dalla
massoneria e dal comunismo…
Sorrise, se voleva che il suo
sogno si realizzasse, se voleva che Eloise e Tom vedessero quel mondo perfetto,
doveva tacere.
Aveva giurato a se stesso che
sarebbe morto da uomo libero…e liberamente prese la decisione di togliersi la
vita: l’onore, gli ideali e la vita del Führer sarebbero stati in questo modo
preservati.
Staccò una stalattite dai bordi
alti di una finestra e l’appoggiò sul suo polso.
Il gelo del ghiaccio contrastava
con il caldo del suo sangue che colava lungo l’avambraccio.
Chiuse gli occhi e mentre
avvertiva le forze scivolare via dal suo corpo, un’ultima immagine: Eloise tra
la tempesta di neve che sorrideva, mentre alle sue spalle l’aquila tedesca
risorgeva dalle sue ceneri di ghiaccio.