All’epoca in cui gli Dei ancora
solcavano la terra sui loro carri, si mischiavano agli uomini e con
loro godevano delle gioie dell’amore, esisteva un regno remoto, ora
perso nelle nebbie della storia. Circondata da verdi prati e fitti
boschi rigogliosi di vita, l’Arcadia era la terra della gioia e
dell’opulenza, ove ogni tavola era sempre riccamente imbandita, e
ogni volto era sereno, privo l’animo di angoscia. Verdi pascoli a
perdita d’occhio, mandrie che pascevano sotto la vigile vista di
semplici contadini, che intessevano le lodi per la natura, con i loro
liuti e le lire di fili d’argento formate. Se non v’era il Sole,
di certo soffiava una brezza delicata, poiché gli Dei avevano
benedetto quella terra, e con lei Radamanto suo Signore. Un re per il
quale mai colpa era troppo grave da non poter essere rimediata, dove
delitto mai rimaneva impunito, e per il quale il suo popolo, era più
caro della sua stessa vita. Fin da giovane modello di integrità,
aveva sposato una delle donne più belle del suo regno, di
umili natali, la splendida Selene, troneggiava accanto a lui nella
Gran Reggia, dove i sudditi erano sempre ben accolti, che portassero
offerte o reclamassero giustizia. Poiché non vi era ne fame ne
carestia, i granai scoppiavano sotto il peso delle messi raccolte
durante le estati, grassi vitelli imbandivano le tavole dei nobili
come degli umili, e il vino scorreva, quasi che Bacco stesso avesse
dato vita ad una fonte inesauribile. Ne guerre, ne malcontento
scuotevano gli abitanti di quella felice terra, che se fosse stata al
di la della vita, Campi Elisi sarebbe nomata. Ma si sa che dove c’è
paradiso, anche l’inferno tende le sue mani, e i demoni più
oscuri dell’animo umano attendono fremendo il momento di reclamare
la loro preda. Due figli aveva Radamanto, di bell’aspetto entrambi,
forti ed audaci, l’uno cacciatore, l’altro sacerdote di Zeus,
degli Dei Padre, e degli uomini Creatore, e poeta eccelso. Il primo,
Medeo, aveva ricevuto la benedizione di possedere una vista acuta,
velocità nelle sue gambe, e il dono dell’arco, con il quale
nessuna selvaggina era tropo distante. Si dilettava nei boschi che
attorniavano il palazzo ad inseguire lepri, cervi e il possente
cinghiale che dominava su tutti, senza mai però catturarli,
poiché odiava dover uccidere così belle creature, dal
manto lucido e dagli occhi fieri. Si allenava inoltre molte ore al dì
con la sua arma, contro tronchi e rami di alberi, frutti che colpiva
senza errore, e quindi come trofeo non immerso nel sangue recava alla
sua dimora, offrendoli sia ai suoi cari, sia come pegno agli Dei.
Amava molto suo padre, così come il fratello, e apprese anche
l’arte del governo, benché non toccasse a lui succedere a
Radamanto una volta che la triste mano delle Moire avesse tranciato
il filo della vita del Re, ma di certo il fratello non era da meno.
L’altro invece era Crio, dagli occhi di tempesta e dalla voce di
liuto, che sapeva incantare con le parole, narrando le vicende di
eroi e amori, guerre e morti, interpretando ogni realtà con un
tono differente, che poteva raggelare o indurre a frenetici sospiri.
Le serate per lui erano dedicate ad onorare colui che con l’animo
serviva, oppure a portare la gioia nei cuori del padre e della madre,
insegnando al fratello ciò che sapeva sulla natura, sull’arte
o sul cosmo infinito. Amava i suoi sudditi, con i quali trascorreva
molto tempo, aiutandoli quando richiedevano conforto, o imploravano
perdono agli Dei. Se un raccolto non era proficuo (cosa assai rara in
Arcadia), allora ci si rivolgeva a Crio, che pregando con fervore, e
sacrificando qualche capro, riportava grazie alla benevolenza di Zeus
la ricchezza nel campo desiderato. Vennero tempi di gioia, tempi di
felicità, quando venne poi un tempo di dolore, le nuvole si
addensarono sul cielo sempre limpido di Arcadia. Una mattina di tarda
primavera, Medeo, decidendo di partirsene per una battuta di caccia
nella vicina foresta, pensò di proporre al padre di rendergli
onore con la sua gloriosa compagnia, e quindi gli fece tale proposta,
avendo come risposta una gioiosa affermazione, giacché il Re
amava molto il suo forte figlio Medeo. Molte volte aveva desiderato
dirigersi con lui, ma sempre impegni per il regno gli avevano
impedito di passare del tempo in una foresta, assaporando il piacere
della caccia, per gli uomini gloria e prova di potenza. Partirono
all’alba, dirigendosi verso i ruscelli di Mirea, così
denominati da una Ninfa che si diceva essere nata da quelle fonti
pure e limpide. La zona era un paradiso per la caccia, gli animali
selvatici abbondavano, e non facevano molto per nascondersi agli
occhi esperti di Medeo, il quale con la prodigiosa vista individuò
subito diversi rapaci, lepri, e persino un capriolo, il quale molto
era apprezzato sulla tavola reale, poiché la sua carne era
tenera e dolce. Il capriolo per volontà sua andò a
dirigersi vero una grotta, probabilmente la sua tana. Medeo e il
padre diressero anche loro i passi laggiù, mentre uno strano
silenzio calava sul bosco intero. Pareva che anche il vento tacesse
appositamente per permettere ai due di avvicinarsi udendo ogni
strepito dell’animale. Entrarono senza torce nella carena, con
attenzione particolare, passo dopo passo si addentrarono, sino a che
più nulla videro con le loro iridi. Il silenzio era tanto
snervante, che per rompere quel timore inconsueto, Medeo chiamò
il padre con un sussurro, ma non ebbe altra risposta, che uno strano
clangore, uno strascicare di arma, una lama che veniva estratta.
Qualcuno si muoveva con passo lieve, forse la bestia che tentava di
eludere i sensi dei due cacciatori per avere salva la vita. Un veloce
vento soffio nella grotta, mentre la sua mano si portava veloce alla
cintola, dove il fodero con la sua daga era appeso, quindi estrasse
l’arma, ponendosi in difesa, e cercando di far abituare lo sguardo
alle tenebre che lo circondavano. Chiamò ancora il padre, ma
questi non rispose. Udì passi che venivano veloci verso di
lui, udì il respiro affannoso del genitore, una lama che si
alzava, il fendere dell’aria, e il suo braccio che si protendeva
automaticamente, colpire qualcosa di molle, affondare. Poi un fruscio
di mantello, caldo sulla mani, e venne colpito sulla nuca da un duro
oggetto. Cadendo a terra, la sua vista si annebbiò, mentre la
sua mano oramai non stringeva più la lama. Mattino, il
cinguettio dei pettirossi dava l’avvio alla vita nel Bosco.
Sortivano gli animali dalle loro tane, mentre prendevano il loro
ritmo i vegetali, assuefatti al fresco della notte, affrontavano con
piacere i nuovi raggi del giorno. In quella stessa grotta, il giovane
Medeo scosse il capo, confuso, senza vista, ancora offuscata per il
grave colpo e per la fatica. Il sonno non lo aveva aiutato, e cercò
a tentoni la parete di roccia per riuscire a rialzarsi. Puntando i
piedi, lo sforzo pur notevole servì allo scopo, e subito era
nuovamente in posizione eretta. Cercò appigli, e si diresse
verso quella che credeva fosse la giusta direzione, incontro alla
parte più chiara, dove il Sole batteva i suoi raggi.
All’aperto inspirò profondamente, molte volte, ritrovando la
voce e il fiato, che nella soffocante atmosfera della grotta gli era
venuto a mancare. Poteva udire il cinguettio di quello stesso
uccellino che lo aveva destato dal suo stato di incoscienza, profumi
di sottobosco, l’umidità che durante la notte si era
depositata sul terreno, e ora grazie al calore che l’astro di elio
emanava, evaporava verso il cielo. Era abituato mentre era a caccia
ad avvertire queste sensazioni, proprio per questo amava la sua
attività nella quale eccelleva. Non per il sangue delle prede
versato, non per le corna, la carne o la pelle che come trofeo
offriva al padre o al Sommo Padre celeste, ma per le corse
esasperate, dove non sempre egli risultava il vincitore, per gli
odori, i colori sfuggenti davanti agli occhi, il fruscio del vento
tra le foglie mentre attendeva che l’animale cacciato facesse la
prima mossa e si avventurasse oltre il suo rifugio, magari attendendo
ora ed ore sotto la calura insopportabile del Sole, oppure in
posizioni scomode, ma che gli permettevano ottima visuale pur
rimanendo celato agli occhi della preda. Mano a mano la vista
tornava, prima baluginante, tremolante e sfumata in diverse tonalità
di grigio, quindi iniziò a riconoscere il sentiero sul quale
si era avventurato, alberi di diverso tipo, e il masso sul quale sue
padre aveva posto un segno con la sua lama, in modo da riconoscerlo
una volta che avrebbero fatto ritorno alla loro dimora. Già,
suo padre, dov’era finito? E cosa era accaduto, perché era
stato colpito? Queste domande gli affollarono la mente, quesiti che
erano riapparsi al suo animo. Il colpo in testa gli aveva provocato
uno stordimento tale, per cui solo dopo essersi quasi totalmente
ripreso iniziò a ricordare gli avvenimenti, anche se essi
rimanevano oscuri alla sua comprensione. Tornò correndo nella
grotta, mentre strane idee gli balenavano in testa, ma subito
sorridendo le scacciò, vergognandosi anche solo per averle
immaginate. Quindi i suoi piedi nella corsa andarono a sbattere
contro qualcosa, e chinandosi scoprì al tatto che si trattava
di un corpo, i cui lineamenti gli erano orribilmente familiari.
Sentiva le vesti umide sotto le sue mani, avvertì che il cuore
non batteva più, chiunque fosse era morto, e da diverso tempo,
poiché il calore che normalmente permeava un corpo, per
qualche tempo anche dopo la morte era completamente esalato, non si
avvertiva più. Appariva come un involucro svuotato della sua
essenza, sasso tra migliaia di sassi, e se non fosse stato per gli
acuti sensi di Medeo, e per la sua abilità nel riconoscere
anche al buio ciò con cui veniva a contatto, non avrebbe di
certo capito che si trattava proprio del corpo di un uomo. Lo
trascinò con ogni sua forza all’esterno, afferrandolo per le
spalle, tirando con tutte le sue forze, senza prestare troppa
attenzione a dove questo finisse, se si sporcasse o se si graffiasse
la pelle presumibilmente cinerea. Era ancora debole, non aveva
mangiato nulla da una giornata intera, e il sonno in cui era stato
fatto piombare non era stato ristoratore, ma affollato di incubi che
non rammentava. Poco prima che esso fosse del tutto uscito, cadde in
ginocchio, e urlò come mai nessuno aveva urlato, un urlo
profondo, che dal cuore risaliva sino alla dimora degli Dei. Anche
alla penombra che si stagliava all’ingresso della grotta, riconobbe
con i suoi stessi occhi colui che aveva trasportato, un volto che per
lui era stato simbolo di dolcezza e affetto, e il dolore fu troppo
grande. Il corpo di Radamanto, Signore di Arcadia giaceva pallido e
freddo, privo di vita ai cuoi piedi, con la daga che lui stesso aveva
impugnato da sempre infilzata nel petto, mentre costatò con
orrore che le sue mani erano bagnate di sangue, lo stesso sangue
dell’amato padre ora bagnava le sue dita, sangue che scorreva fino
a poco tempo prima dalla ferita mortale. Anche la gola del re era
dilaniata, colpita da un fendente centrale, per cui la lama lo colpì
precisamente alla carotide. Non aveva sofferto per il petto, era
morto poco prima. Giaceva come se lo era immaginato, con
un’espressione di dolore, bocca serrata ma contratta orribilmente,
cercando di non soffocare per il sangue che gli aveva certamente
invaso le vie respiratorie e causa della profonda ferita nella gola.
Le mani contratte anch’esse, prive di forza, iniziavano a
sciogliersi, riportandolo ad uno stato simile a quello di un vecchio
panno che dopo essere stato lavato, prendeva la forma del terreno
dove veniva poggiato perché i raggi del Sole lo asciugassero.
Medeo si rialzò in piedi, colmo di disperazione e miseria,
l’orrore negli occhi mentre fissava alternativamente le mani, le
vesti insanguinate del padre, e la strana luce che si era creata
vicino al suo corpo. Una luce che cresceva, prendeva splendore e
consistenza, e si avvicinava in modo strano. Poi udì delle
voci, contemporaneamente nella sua testa e provenire dalla luce, così
come dal cadavere di Radamanto. “Tuuuu, sei stato tuuu…parricida,
uccisore del tuo sangue…tuuu…vendetta sul corpo del Re…l’Arcadia
si bagnerà del tuo sangue Medeo…colpa…vendetta…odio
eterno…vendetta…colpa…sei stato tuuu…”. Voci maligne
nell’udirle, lo incitavano, lo frustavano come rami, lo graffiavano
nello spirito, portavano il suo cuore a sanguinare, e donavano senso
a tutto quello che era accaduto. Pensò prima di essere
impazzito, che avesse perduto la ragione per l’improvviso e
inaspettato dolore, ma poi il suo pensiero mutò. Medeo vedeva
ora tutto come stava, capiva la situazione, capiva la sua vita, era
cosciente del fatto che era un assassino, cosa che pochi minti prima
lo sconcertava. Queste parole continuarono, veloci, insistenti,
maligne, possenti come il tuono e la tempesta, lo colpivano
ferocemente, anche quando oramai con passo frenetico Medeo si era
allontanato dal corpo di suo padre, e stava correndo, in preda al
panico, all’angoscia e alla paura folle. Il rimorso lo dilaniava,
cosa stava succedendo? Perché sentiva quelle voci? Lui non
aveva fatto nulla, o forse sì? Tornò la domanda, a
tratti debole, quindi nuovamente fervente, poi si acquietava, e
esplodeva poco dopo dolorosamente nella sua mente, accompagnata
dall’ululato di quelle voci: Medeo…arrenditi a noi…poiché
tu hai la colpa…traditore del padre, assassino del padre…colui
che ti crebbe…vergogna ricada su di te…hai tradito la fiducia…la
mano che ti nutrì or è scopra di sangue…che tu hai
versato…tuuuu…assassino…”. Il dubbio serrava la sua gola, si
sentiva soffocare, voleva morire come aveva ucciso il padre, voleva
che la terra si tingesse del suo vermiglio liquido. Brandì un
pugnale che teneva legato alla cintola, e se lo puntò al
cuore, pronto a togliersi orribilmente la vita. “Lasciatelo,
fermate la vostra collera, la vostra ira prenda riposo, lo ordino per
volontà di Apollo lo splendido!”pronunciò una voce
che a prima vista Medeo non seppe associare a qualcuno, dato che non
pensava ad altro che alla sua imminente morte. Ma quando udì
tali parole, da una voce così delicata e dolce, ma pur ferma
al medesimo tempo, arrestò le sue intenzioni, e come se un
vento avesse spazzato al sua mente, le voci cessarono di incitarlo, e
il silenzio cadde sulla radura vicino ad un ruscello, ove si trovava
in quel momento preciso. Riprese fiato per la corsa e il tremore,
quindi osò osservare chi aveva pronunciato tale verbo, e i
suoi occhi si stupirono quando si posarono su una fanciulla di
immortale bellezza, perfetta in ogni dove, capelli fluenti come grano
maturo, occhi fatati e colmi di serena gloria, nonché un
portamento che le più grandi Regine avrebbero invidiato.
“Chi…chi siete creatura di bellezza così immensa? Il mondo
che io vivo non vi generò di certo!” chiese coraggiosamente
Medeo, cercando di assumere un portamento più adatto alla
situazione. “Il mio nome è Nisia, e tu non sbagli giovane
Principe d’Arcadia, poiché io sono figlia di Apollo, Ninfa
per sorte, so molte cose di te, e molte volte ho vegliato sulle tue
cacce, ma ora non mi spiego il tuo fuggire frenetico, e perché
eri inseguito da tali spiriti!”. Medeo si schiarì la voce e
spiegò velocemente il fatto: “Mia Signora, qualcosa di
orribile si cela nell’animo mio, accaduto ieri dopo che il carro di
Elio fuggì oltre l’orizzonte. Con mio padre mi ero diretto
in una spelonca poco distante da qui, proponendogli una caccia che da
molto tempo si che egli attendeva. Conoscevo bene il suo animo, mi
amava molto, e volevo renderlo orgoglioso di me, di come mi aveva
cresciuto, dell’uomo che aveva plasmato con il suo amore e la sua
giustizia. Così di buon mattino ci incamminammo, e giungemmo
appunto in questa grotta, dove un capriolo si era rifugiato,
avvertendo i nostri passi e scoprendoci privi di riparo alla sua
vista. Eventi assai strani mi colpirono. Eventi orribili,
deplorevoli, di cui mai mi perdonerò, poiché mia fu la
causa, benché non sapessi perché volerlo. Una lotta con
un nemico invisibile, un colpo affondato nella carne con la mia arma,
strani rumori, silenzio di voci, poi venni colpito, e Morfeo mi
accolse nel suo regno, fino a che l’alba che poco fa illuminò
questa foresta non giunse, ridestandomi e donandomi la consapevolezza
poco dopo dell’atto maledetto che avevo compiuto. Scoprii al
mattino essere mio padre quel nemico invisibile, ucciso dalla mia
stessa mano, dalla mano di suo figlio Medeo…per questo non merito
di vivere, e il mio cuore mi suggeriva di porre fine alla mia
esistenza. Ma tu hai arrestato la mia mano, perché non vuoi
che la giusta punizione di compia, togliendomi almeno questo ultimo
barlume d’onore, di morire per vendicare mio padre?” Riprese la
parola la Ninfa: “Non era il tuo cuore sciocco, ma gli spiriti
della vendetta, le implacabili Erinni, coloro che governano il
tragitto del Sole perché non fugga e consentono la giustizia
sulla Terra. Aletto, l’incessante, che riporta la falsa vita nei
corpi uccisi, Megera, la maligna, che si fa largo fra i pensieri
dell’assassino per portalo alla follia, e Tisifone la vendicatrice,
che per riportare la luce, luce stessa diviene. Non è
consentito agli uomini punire i trasgressori delle leggi naturali, il
figlio che uccide il padre, o il fratello che annienta il suo simile,
verranno puniti da loro, ma per mano di se stessi. Esse lo porteranno
alla pazzia, facendolo soffrire come essi hanno fatto soffrire coloro
che hanno tradito. Pressoché impossibile combattere contro
esse, poiché spiriti immortali, e al di là della
comprensione umana. Gli Dei pur non essendone colpiti le temono,
padroni non sono di esse, ma le inviarono sulla Terra, per punire i
malvagi e il colpevoli. Non le crearono, fu il sangue del castrato
Urano, quando il figlio Crono compì quell’atto. Ma non
sempre la ragione degli Dei è corretta…io di conosco da
quando eri nel grembo di tua madre, e so che ami entrambi i tuoi
parenti, nulla potrebbe aver portato la tua mano a levarsi contro il
sangue che ti generò, di certo nemmeno in lotta, piuttosto
sceglieresti la morte, ho ragione?”. Medeo rispose subito senza
esitazioni, ma con una voce affranta che tremava: “Così ho
sempre creduto, ma forse ho sempre creduto il falso…”. Nisia
quindi lo schiaffeggiò due volte, lasciando rossi segni sulle
sue guance, e riportandolo alla realtà che lei ben conosceva:
“Essere più duri con se stessi non porterà la vita in
tuo padre. Non pensare al male che ancora non hai compiuto. L’uomo
per natura vi è portato, ma la bontà in te lenisce ogni
istinto. Tu non sei l’uccisore di tuo padre, e dovrai sapere chi
fu, o le tre Furie torneranno per riprenderti, e questa volta nemmeno
il potere di mio padre potrà salvarti…egli non può
contrastare per sempre l’equilibrio del cosmo.” “Ma perché
il generoso Apollo padre tuo vorrebbe rendermi la giustizia? Non ho
mai onorato il suo culto, ne mai offerto a lui sacrifici!” “Agli
Dei non servono pretesti per amare o nel caso contrario odiare, tutto
avviene spontaneamente, cosa che per gli uomini non sarà
mai…gli immortali Signori del cosmo governano secondo la loro
legge, ma i loro cuori da nulla sono governati se non dal caso, e il
mio celeste padre ti ha preso in estrema simpatia. Non per questo
sfiderà la legge degli Dei e degli uomini, ma è
disposto ad aiutarti come vedi, e io con lui. Ora andiamo, dobbiamo
tornare a palazzo, dovrai annunciare ai tuoi famigliari la triste
perdita, e organizzare il cordoglio, per onorare il defunto grande
Re!”. Medeo acconsentì, mentre ei suoi dubbi non si erano
ancora placati, cresceva un odio feroce contro l’assassino del
padre, odio che quindi colpiva anche lui direttamente. Si
avventurarono nella boscaglia, che diveniva sempre meno fitta, sino a
ritrovare le tracce del sentiero, che presero a percorrere in
direzione della città, dove la ferale notizia avrebbe
raggelato i cuori di Crio suo fratello e Selene, madre sua. La strada
per disdetta fu però colpita da altro pericolo, e cinque
guardie che portavano lo stemma reale, si posero davanti ai due,
brandendo chi daghe, e chi archi, puntando entrambi su Medeo. Il
capitano, che il giovane Principe riconobbe come Polinice si fece
avanti, e con voce squillante declamò: “Principe Medeo, per
l’orribile crimine di parricidio, siete condannato all’esilio,
poiché nessun mortale è in potenza di condannarti a
morte. Per il resto della vostra vita dovrete andarvene dalla vostra
patria Arcadia, altrimenti la pena verrà eseguita per altro
motivo, ordine di vostro fratello Crio, nuovo Sovrano di Arcadia.”
Mantenne un contegno adatto ad una personalità reale, ma la
sua voce era macchiata di disprezzo. “Egli non è colpevole,
così parlò Apollo il misericordioso, ora lasciate il
passo e conduceteci con il dovuto rispetto alla reggia, poiché
altri già sanno della morte che ancora deve essere
annunciata.” disse senza badare troppo alle reazioni dei militi
Nisia, imponendo la sua forte volontà. Ma i soldati per tutta
risposta incoccarono le loro frecce, puntando contro Medeo, e
lasciarono che queste sfrecciassero contro lui. Intanto il giovane si
era gettato dietro un tronco, e aveva estratto anch’egli il suo
arco, con due colpi precisi uccise altrettanti uomini, ne mise in
fuga due per la paura, e rimase faccia a faccia con il capitano
Polinice, che brandiva una spada corta. Avvertiva in lui una strana
paura, dettata forse dal rispetto che aveva provato, dall’onore che
gli si era infuso nell’animo quando lo serviva. Molte volte
Polinice era stata inviato dal giovane per delle commissioni,
affilare la lama della sua arma, comprare penne di colombo per le sue
frecce, che egli stesso si confezionava da sé, oppure
semplicemente lo invitava come scorta ad una caccia, dove sempre
finivano col tornare alla reggia a mani vuote, ma con un sorriso di
pura gioia sul volto, che rallegrava chiunque incontrassero.
Iniziarono il combattimento scambiandosi alcune occhiate, soppesando
ognuno la forza dell’altro, qualche scatto per sciogliere i muscoli
o cogliere impreparato l’avversario, continuando quella strana
danza di preparazione. Medeo non aveva armi per il corpo a corpo, ed
era troppo vicino per usare l’arco, così il soldato ne
approfittò e si scagliò contro il giovane, cercando di
colpirlo al cuore. Scartando di lato Medeo si salvò, ma non
avrebbe resistito per molto, poiché il soldato aveva una
grande forza dentro di sé, muscoli e tendini possenti, braccia
che potevano spezzare le ossa di un uomo senza troppa fatica, e un
soffio vitale che gli permetteva di correre ininterrottamente a gran
velocità per diverse ore. Così decise di tentare un
disperato rimedio, qualcosa che di solito era contro la regola di
coloro che usavano l’arco per difesa o per attacco, ma l’unica
soluzione possibile, a meno che non intendesse affrontare la spada di
Polinice con il suo pugnale, soluzione ancor più pericolosa e
sicuramente fallimentare. Non era abile nel tiro ravvicinato, dato
che il suo arco era lungo quasi due metri, troppi per essere teso con
precisione, e così davvero la distanza era praticamente
inesistente, ma caricò il suo arco, preciso e veloce in un
attimo la freccia fu al posto che le competeva, e mentre la guardia
sferrò un altro fendente, questa volta laterale, tentando di
colpire il Principe al braccia, o meglio ancora alla gola, lasciò
la corda tesa, e la freccia partì con una traiettoria
malferma, ma raggiungendo comunque il bersaglio. L’occhio di
Polinice non esisteva più, poiché la freccia aveva
terminato la sua corsa proprio lì, nell’orbita che si
spegneva di Polinice, e dopo la parziale cecità sopraggiunse
la morte, non prima che egli riuscisse a ferire al braccio Medeo, che
non portava armatura. Il sangue colava copioso, mischiandosi a quello
ormai rappreso di Radamanto, mentre il soldato si accasciava a terra
privo di vita, lasciando che la sua spada si infrangesse al suolo con
un tintinnio che esplose come un grande fragore all’orecchio di
Medeo. Nisia, che si era allontanata di qualche metro per non venir
coinvolta, impose le mani, e quindi sfregò della terra umida
contro la ferita, recitando parole dall’oscuro significato. Un
calore avvolse l’arto colpito, e subito dopo la ferita era
cicatrizzata, l’emorragia conclusa. “Vedi, mio padre vuole
davvero che tu scampi…non ha mai avuto un mortale così in
simpatia!” disse ancora lei, prima di riprendere il passo, mentre
Medeo la guardava attonito, ipnotizzato dal suo incede elegante,
dalla paura dello scontro, e dal rimorso che stava rinascendo in lui.
Si rivolse sul corpo di Polinice, e compose le sue braccia sul suo
petto, pronunciando poche parole rattristate: “Eri un valoroso
guerriero amico mio, e hai sempre servito il tuo Signore, avrai
gloria eterna nei Campi Elisi, e vendicherò la morte che io ti
infersi. Tua moglie e i tuoi tre figli saranno onorati e risarciti
per la perdita, possa il tuo cammino essere ora limpido e sicuro, o
valoroso Polinice!”, quindi riprese il cammino, mentre Nisia lo
stava attendendo poggiandosi ad un tronco lungo il sentiero. La
strada fu poi completamente libera, attorniata da alberi maestosi,
quindi da soli arbusti, e infine dalla prateria che circondava la
città, praterie dove Medeo da piccolo molte volte aveva
sognato il suo futuro, libero da doveri, libero da ordini, libero da
tutto ciò che poteva incatenarlo alla vita di palazzo. Ma poi
ricordava sempre ciò che aveva promesso al padre, alla madre e
al fratello, di essere degno del nome che portava, così che i
padri dei suoi padri potessero rendersi orgogliosi di lui e delle sue
gesta. Al sopraggiungere della mura cittadine l’animo dei due
giovani mutò radicalmente, adombrandosi ancora di più,
colpiti dall’angoscia di coloro che pur non avendo compiuto il
male, sanno di portarne il segno. “Nisia, come faremo ad entrare?
Sanno chi sono, e le guardie sono state avvertite!” “Quello che
mi chiedo Medeo, è come possano essere state avvertite?
Qualcuno ha visto il corpo del re nella grotta?” “No di certo,
sono stato l’unico a recarmi laggiù, e l’ultimo a lasciare
il luogo dopo aver scoperto l’orribile misfatto, nessuno potrebbe
avermi visto, o aver visto mio padre disteso senza soffio vitale!”
“Allora qualcuno sapeva già da prima che questo doveva
accadere…di certo non un contadino…chi sapeva che ti eri recato
in quelle zone con tuo padre?” “Solo mia madre e mio fratello, ma
escludo categoricamente che loro…” “Escludi loro e non te?
Cos’anno loro più di te se non l’amore che provavano per
il tuo defunto genitore?”. Medeo tacque a quelle parole, stordito
dal pensiero che uno dei suoi famigliari avesse potuto compiere un
simile gesto. Ma come poi? Come sapeva qualcuno che quella grotta
sarebbe divenuta una loro meta? Arrovellandosi su questi temi, si
portarono alla porte della città, ma prima intervenne la
divina mano di Nisia, che mutò l’aspetto del Principe,
rendendolo più simile ad un vecchio contadino ingobbito da
anni di lavoro e scurito dall’eccessiva insolazione. Così
avvicinandosi alle guardie che montavano al portone orientale, queste
nemmeno rivolsero loro lo sguardo, tanto miserando era il loro
aspetto. Passati oltre il portone, Medeo preferì mantenere il
suo aspetto nuovo, quella maschera lo avrebbe salvato da morte certa,
poiché di certo era forte, e l’aiuto di Febo era con lui, ma
non poteva contare su questo contro tutte le guardie del regno. “Ora
dobbiamo entrare nella reggia, ma non è giorno di udienza, e
dato che gli eventi già sono conosciuti, di i cancelli non
saranno spalancanti a chiunque voglia entrare…soprattutto non a un
contadino e una fanciulla mai visti.” disse Medeo, Per tutta
risposta Nisia non proferì parola, ma bensì osservò
bene le mura della reggia, non troppo alte e per nulla controllate,
dato che non vi era mai stata la necessità di difendersi da
nemici o cospiratori. In effetti queste era un’esperienza nuovo,
che l’Arcadia non aveva mia dovuto sopportare. Certamente ogni
tanto qualcuno uccideva un altro suo simile, ma per una rissa tra
ubriachi di vino speziato o una lite per terreno mai utilizzati. Non
di certo un assassinio reale, questo mai aveva colpito quella
pacifica terra. “Stanotte Medeo…stanotte sapremo…tieniti pronto
con la tua agilità…quando vi è un muro, vi è
anche un modo per superarlo…rimane il problema di superare le
guardie interne…” disse Nisia quindi, ma le sue parole trovarono
subito risposta. Alcune guardie erano tornate dalla foresta, e
recavano per primo il corpo di Radamanto, avvolto in un panno di lino
bianco, quindi su alcuni cavalli i tre corpi delle guardie trucidate
nella foresta da Medeo quando erano stati attaccati. “Signore, mio
Signore” si precipitò uno dei soldati a riferire a Crio, ce
aveva fatto il suo ingresso nella piazza principale, portando la
veste porpora del padre, e la sua corona di cuoio e oro “Il colpo
di vostro padre e pronto per i riti, e vostro fratello è
riuscito a fuggire, rifiutando l’esilio…ha ucciso tre dei vostri
migliori soldati…”. Crio ebbe un leggero tremore di sopracciglio,
che nessuno per la distanza vide, poi con voce calma e attenta, forse
troppo disse: “Mio padre sarà onorato questa sera stessa,
possa il suo spirito recarsi nei Campi Elisi…mia madre ora è
affranta da grande dolore, non credo desideri vedere il volto freddo
di mio padre…quanto a mio fratello, se metterà piede in
questa città, ordino che venga ucciso a vista, poiché
ha infranto la legge, se coloro che comandano sull’equilibrio non
avranno ancora adempiuto al loro compito!”. Quindi si ritirò,
rientrando nella reggia. Medeo e Nisia si guardarono negli occhi,
quindi le loro bocche, senza aprirsi dissero silenziosamente la
medesima cosa: “Stasera durante il cordoglio…”. Crio nel
frattempo si era ritirato nel suo tempio privato, ad onorare ancora
una volta il nome di Zeus, e pregando per il cammino nell’Ade di
suo padre Radamanto, ma i rituali che recitava avevano un che di
fasullo, come se fosse persuaso che occhi indiscreti lo fissassero
attraverso i muri, e dal suo animo dovesse uscire un dolore che non
poteva essere provato. La madre Selene giaceva nel suo talamo, che
molte volte aveva diviso con l’adorato marito, lo stesso sul quale
i suoi due figli erano stati generati. Aveva ancora due figli? O uno
non meritava più tale appellativo, tanto il gesto era stato
orribile? Medeo, il suo Medeo, come aveva potuto, egli che amava così
suo padre, come aveva potuto levare la spada contro di lui? Sul volto
vi era odio per Medeo, angoscia nella mente, ma in fondo al cuore, si
librava una speranza che non si era ancora spenta, la speranza che
quell’incubo fosse solo fantasia, scherzo del destino che si
prendeva gioco di lei e della sua vita. Il momento atteso giunse
velocemente, mentre Medeo e la Ninfa Nisia, per non dare nell’occhio
camminarono per le vie del mercato e per altri vicoli, come fossero
due comuni forestieri intenti come molti ad ammirare lo spettacolo
del tramonto che colorava di vermiglio le mura cittadine, oppure gli
odori delle spezie che venivano portate da paesi lontani, poiché
non crescevano in quelle terre feconde. Le prime fiaccole vennero
accese, e quando Crio, accompagnando sua madre sulle sue gambe ora
malferme e trepidanti, sorreggendola per un braccio uscirono dal
palazzo e si misero alla testa del corteo funebre, subito dopo i
portatori che innalzavano il corpo di Radamanto cosparso di petali di
glicine, con la sua spada e due monete sugli occhi, pegno per
l’entrata dell’oltretomba. Si sarebbero diretti verso i campi,
dove una grande pira era stata allestita, ove il corpo del grande Re
avrebbe avuto la sua cremazione, ultimo addio alla vita terrena.
Agirono proprio allora Medeo e Nisia, avvolti dal manto oscuro di
Erebo la notte, con una corda iniziarono ad arrampicarsi sulle lisce
pareti del muro che circondava il palazzo. Una volta issatisi del
tutto, ritirarono la corda, e la gettarono lontano, in modo da non
richiamare troppa attenzione quando altri avrebbero fatto ritorno.
Dato il clima mite, molte finestre erano spalancante, per portare un
poco della fresca brezza serale negli appartamenti reali. La più
vicina ai due era chiusa, ma con un salto, si poteva raggiungere
comodamente la seconda, leggermente più distaccata. Prima
saltò Medeo, e quando la Ninfa si gettò, lui la
sorresse, ridandole equilibrio sul piccolo balconcino. Si
intrufolarono guardandosi intorno attraverso la finestra. Medeo
riconobbe l’appartamento di suo fratello Crio, molte immagini
raffiguranti il Sommo Padre degli Dei erano lì, e troneggiava
nel centro della stanza un leggio, dove era posto un tomo assai
pesante, contenente, come Medeo ben ricordava se la sua memoria non
lo aveva tradito, le regole per il culto, che Crio conosceva
perfettamente, una dopo l’altra, e in molte sere aveva tentato di
inculcarle anche nella testa di lui, senza ottenere grandi risultati,
per cui dopo poco tempo aveva desistito da questo intento. A Medeo
parve così illogico che suo fratello, dopo la vita che aveva
passato insieme potesse volere la sua morte, o addirittura avesse
contribuito a quella del padre. No, non era concepibile, non poteva
essere. Lui solo era colpevole,lo sentiva. Nisia poteva essere figlia
di un Dio, ma come lei stessa aveva detto, a volte anche gli Dei
commettono degli errori, e anche quella volta così doveva
essere stato. Sentiva la sua mente sussurrargli la verità:
“Medeo, sei tu il colpevole. Abbi il coraggio di ammetterlo, poi la
morte sarà semplice…ricorda tuo padre, onoralo almeno questa
volta, onoralo ammettendo la tua colpa…tu sei colui che lo ha
trucidato…e tu devi morire per questo…”. Nisia notò
subito lo strano comportamento di Medeo, che pareva ancora una volta,
come quando lo aveva incontrato nella radura, in preda ad una follia
mistica, ipnotizzato da presenza invisibili ma assai potenti, che
solo a lui rivolgevano attenzione. Impose le mani, e richiamò
a se la sua forza: “Padre mio, grande Apollo, concedimi la potenza
per rallentare la legge, fa che venga risparmiato per tuo volere,
ancora una volta per la tua somma volontà, o potente Padre
mio!”. Crollò sul duro pavimento di pietra, così come
fece Medeo, il quale però si riprese subito dopo, mentre la
Ninfa giaceva svenuta per lo sforzo immane che scacciare le Erinni le
era costato. Nello stesso istante la porta della stanza si aprì,
e come il fulmine Medeo si rifugiò nella stanza attigua,
sbirciando solo da una fessura nella porta che separava le due
camere. Entrò quindi Crio, con una strana espressione sul
viso, una smorfia di soddisfazione, come se la cerimonia lo avesse
appagato. Ebbe un lampo negli occhi quando vide una giovane donna sul
pavimento della sua stanza, e si avvicinò ponendo mano al
pugnale che teneva appeso vicino ad alcune bisacce che servivano per
gli oracoli. Medeo accorse immediatamente, parandosi di fronte a
Nisia, e incrociando le braccia in difesa di lei, temendo un attacco
del fratello. “Fratello mio, non porre mano a codesta creatura, non
la colpire, poiché colui che desideri sono io, e qui sono
venuto per te. Dimmi, come puoi tu aver conosciuto la morte di nostro
padre prima che io stesso mi recassi qui per annunciarla a te e a
nostra madre? Forse che tu la conoscevi già prima che essa
avvenisse fratello?”. Chiese con voce seria e distaccata, iniziando
a temere per la risposta. Crio ebbe un attimo di smarrimento, sia per
l’improvvisa entrata del fratello, per la situazione inaspettata,
per la raffica di domande, e per qualcosa che sfuggì
all’attenzione di Medeo. “Fratello, non è questo il modo
con cui un parricida, uccisore del Re si dovrebbe rivolgere al nuovo
Sire di Arcadia, ma data la tua misera condizione e la tua curiosità,
risponderò con semplicità ai tuoi quesiti. Preoccupato
ieri notte no vedendovi tornare dalla vostra caccia, consultai
l’oracolo, vaticinando che il padre era perito per mano del figlio,
in un luogo dove l’oscurità era padrona. Quella visone mi
scosse a tal punto che tutta la sera cercai di interpretarla in altro
modo, ma l’unico significato era quello, tu avevi ucciso nostro
padre. Avvertii nostra madre Selene, che ebbe un mancamento, e nel
frattempo, fattosi giorno, inviai una piccola milizia per decretarti
l’ordine di esilio…”. Medeo era esterrefatto, purtroppo quella
spiegazione era perfetta, più volte il fratello aveva previsto
eventi con una buona precisione, quindi così doveva essere.
Sentiva nuovamente quella strana sensazione, mentre il cuore annegava
nel dolore, e le tre voci ritornarono più potenti di prima,
rimbombando nella sua mente, martellandolo come un fabbro fa con un
ferro rovente: “Ora lo sai…ne sei certo…uccisore di tuo padre,
Radamanto il grande Re, ora l’Arcadia è perduta, e tu ne sei
responsabile! Figlio indegno, la morte ti salverà…o la
pazzia…morte…salvezza…la vendetta è giunta…per lo
spirito di Radamanto…”. Medeo crollò a terra, reggendosi
la testa tra le mani, premendo come se stesse per scoppiare, mentre
udiva ancora la risata di suo fratello Crio e qualche parola confusa:
“Ahaha, Medeo, sei perduto, quel capriolo è stata la tua
rovina…non fosse stato per lui, non avresti avuto il luogo adatto,
e nostro padre sarebbe ancora vivo…ancora vivo…vivo…”. Cosa
aveva detto? Medeo fece appello alla sua forza, il suo spirito si
rese immenso, e scacciò le Furie che lo tormentavano, ora
protetto da alcune parole: “Il capriolo…la tua rovina…non fosse
stato per lui…vivo…”. “Crio, come sai del capriolo? Quando
hai vaticinato, avevi già visto la morte di nostro padre, tu
non potevi sapere dell’animale…come sapevi di quel capriolo?
Rispondi Crio, prima che affondi una freccia nelle tue carni!
Rispondi, maledetto, rispondi!” disse furibondo il giovane,
puntando la sua arma favorita contro la tempia del fratello, che
venne accecato come da un lampo. Fece qualche passo indietro e solo
ora Medeo, standogli così vicino, notò che egli
claudicava da una gamba. La voce di Crio era fluente e pacata, senza
rimorso, come un calmo torrente: “Fratello mio…vuoi saperlo? Vuoi
che le mie labbra pronuncino quelle parole? Lo faranno…io…io ho
ucciso nostro padre Radamanto…sono stato io…”. Medeo tremava,
le sue braccia non erano più parte del corpo, ma agivano
secondo una loro volontà. Crio continuò il discorso:
“Sì…io…ho attirato quel capriolo nella grotta, ho atteso
nel fondo…tu sia maledetto, per poco non mi uccidevi…guarda!” e
tirò su un lembo della sua veste, mostrando una ferita fresca
di spada, che da poco aveva terminato di sanguinare “Poi ho ucciso
nostro padre, colpendolo alla gola. Non un sussurro, solo un afflato
lievissimo. Quindi ti ho colpito, e mentre eri svenuto, ho inflitto
un colpo al suo cadavere con la tua arma, bagnandoti del suo
sangue…tu, maledetti entrambi…”. Medeo era accecato dalla
rabbia. Suo fratello, uno dei suoi beni più preziosi, lo aveva
tradito così, prima di tradire suo padre. Egli almeno era
morto, e non aveva dovuto conoscere e soffrire per il tradimento, ma
lui era ancora in vita, di fronte all’assassino di suo padre.
“Perché lo hai fatto dannato?” “Perché? Perché
anche gli umani agiscono secondo istinto…non hanno bisogno di amare
o odiare per un motivo…colpiscono senza pietà quando
l’occasione lo richiede…come un Dio…” “ ti sei sempre
ritenuto un Dio fratello…ma hai sempre errato…” “ Così
tanto da avere il potere? Non credo…nostro padre era un
debole…nemmeno un esercito aveva allestito…siamo in balia di
potenziali nemici…quanto credi che durerà queste età
splendente? Credi che La Beozia non ci attaccherà mai? La
nostra è una terra bersaglio prediletto, e presto lo
vedrai…dal Tartaro dove ti spedirò…salutami Radamanto se
lo incontrerai…e portagli il mio disprezzo, per la sua debolezza,
la sua inettitudine…digli pure che suo figlio ora regge il trono
meglio di…argh…c-cosa…”. Crio lasciò cadere il
pugnale, e si riversò a terra, in preda a spasmi orribili.
“Sì…io…io sono il colpevole…padre…io…devo
morire…fino a che la terra non verrà intrisa del mio sangue
liberatorio…la fine è mia…mi attendono…arrivo padre…ti
porterò onore…” disse Crio, ultime parola, prima che
prendesse una rincorsa, e con uno scatto felino, si gettasse dalla
finestra, cadendo a capofitto per i metri che separavano la stanza
dal suolo. “Addio fratello mio...salutami nostro padre…e digli
che è stata portata vendetta…contro il suo uccisore…possiate
voi riposare in eterno nell’abbraccio della Morte…” pensò
Medeo, osservando il cadavere maciullato del fratello, accanto al
quale si erano radunate alcune guardie. Parevano molto scosse per
quello che era avvenuto, prima il loro generoso Re, e ora il figlio a
lui succeduto, morti entrambi per mano dello stesso assassino e
traditore, fratricida e parricida contemporaneamente. Altre guardie
irruppero negli appartamenti di Crio, dove Medeo stava portando aiuto
a Nisia, che si era ripresa dallo sforzo oltreumano. Le guardie si
disposero introno al giovane Principe, pronte e trafiggerlo con dardi
e lance, ma Nisia li fermò, esponendo ciò che realmente
era successo, portando la parola di suo Padre Apollo, al quale tutti
i soldati cedettero senza dubbi, e non osarono di certo replicare
alla volontà di un Dio. Quindi aiutarono sia lei che Medeo a
dirigersi verso i locali di Selene, che apprese ancora in lacrime la
perdita di uno dei suoi figli. Ma gioia fu riacquistare l’altro
creduto perduto, e sapere che mai aveva tradito la fiducia del padre.
L’odio e l’angoscia sparirono dal suo corpo, mentre quella
speranza che l’aveva illuminata interiormente, riapparve bruciando
come le folgore del Sommo Padre, e ridonò la bellezza al suo
viso, tanto che Medeo l’abbracciò e la baciò colmo di
gioia. Venne organizzato un cordoglio anche per Crio, che fu onorato
comunque come membro della famiglia reale. Anche lui con la sua arma
e le monete, ma nessun petalo venne cosparso sul suo cadavere, nessun
pianto e nessuna lacrima squassarono la Notte, densa di fumo e di
ceneri. Quindi Medeo, dopo un sonno ristoratore, il mattino dopo
partecipò ad una nuova cerimonia, al cospetto di tutto il
popolo, di Nisia e di sua madre, quindi prese il suo posto sul trono,
Principe ora Re, Sovrano di Arcadia. Nisia divenne sua moglie, poiché
questa avventura le aveva donato un affetto incondizionato per Medeo,
e suo padre Apollo acconsentì al matrimonio. Nisia gli generò
molti figli, tutti meravigliosi, di grande valore, e sino alla morte
del padre fedeli a lui e al regno, che sopravvisse per molti secoli
senza le guerre che Crio aveva previsto. Il culto di Zeus fu
sostituito con quello di Apollo, poiché il Dio era stato la
mano grazie alla quale Medeo aveva potuto liberarsi dal rimorso che
ingiustamente lo colpì, e smascherare il malvagio fratello.
Apollo ne fu molto compiaciuto, anche se nell’Olimpo il Sommo Padre
si rodeva per aver perso un tempio, calmato dall’ingegno di Febo,
che felice per i lieti avvenimenti, gli promise sempre la parte
migliore di ogni offerta o sacrificio. Medeo andò nella dimora
del defunto Polinice, portando la spada del milite ai suoi figli, e
consegnando le spoglie a loro, perché provvedessero ad
onorarlo nel migliore dei modi. Donò loro terreni e dimostrò
il suo rispetto consegnando delle alte cariche di palazzo ai tre
figli, che quando sarebbero cresciuti, sarebbero stati chiamati
onorevoli ministri. In quanto a Crio, qualcuno crede che anche dopo
la morte Megera, Tisifone e Aletto continuino a perseguitarlo,
portandolo ad un’eterna pazzia nel Tartaro più profondo,
dove sconta la sua pena, mentre Radamanto nei Campi Elisi, osserva
la vita che continua nel suo regno, beandosi della prodezze del
figlio Medeo, così come era stato previsto e come doveva
essere, felice in fondo di aver lasciato la vita permettendo ad un
nuovo grande Re di svolgere il suo corso. E così in Arcadia,
la terra dell’oro e della bellezza, dove tutti i dolori vengono
leniti, il cielo rimane limpido e sereno, gli animali vivono beati
nelle loro foreste, e il vento spazza dolcemente le pianure sognanti,
tornò la pace, sino a che le nubi del tempo non offuscarono il
suo nome, portando il velo che coprì questi eventi e li
tramutò in leggenda.