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Rossano: ha pubblicato un romanzo, che potete trovare qui.
Stefy: anche lei ha pubblicato un romanzo. Lo potete acquistare online a questo link.
Mimmi: e' autrice di un romanzo, acquistabile online a questo link.
Joz: ha pubblicato un libro, che potete trovare a questo link
Caterina: ha attiva una collaborazione con la rivista Mantovachiamagarda
Emmaus 2007: ha pubblicato "Sette Strane Storie","Semplici, Elevati e Krugher" e "8 racconti".
Diego: ha pubblicato una raccolta di racconti, che potete trovare qui.
Maria Cristina: ha pubblicato una raccolta di racconti che potete acquistare qui.
mattiekian: ha pubblicato un romanzo che potete acquistare qui.

Se anche voi avete pubblicato su carta qualche vostro lavoro e volete essere messi in questa "vetrina" scriveteci nel nostro forum "Non ci crederete ma..."
 
 
 
MinimizeIl corso dell’ordine, la vendetta della giustizia
 
   
Location: BlogsLe Leggende e i Poemi    
Posted by: Gael 11/02/2008

All’epoca in cui gli Dei ancora solcavano la terra sui loro carri, si mischiavano agli uomini e con loro godevano delle gioie dell’amore, esisteva un regno remoto, ora perso nelle nebbie della storia. Circondata da verdi prati e fitti boschi rigogliosi di vita, l’Arcadia era la terra della gioia e dell’opulenza, ove ogni tavola era sempre riccamente imbandita, e ogni volto era sereno, privo l’animo di angoscia. Verdi pascoli a perdita d’occhio, mandrie che pascevano sotto la vigile vista di semplici contadini, che intessevano le lodi per la natura, con i loro liuti e le lire di fili d’argento formate. Se non v’era il Sole, di certo soffiava una brezza delicata, poiché gli Dei avevano benedetto quella terra, e con lei Radamanto suo Signore. Un re per il quale mai colpa era troppo grave da non poter essere rimediata, dove delitto mai rimaneva impunito, e per il quale il suo popolo, era più caro della sua stessa vita. Fin da giovane modello di integrità, aveva sposato una delle donne più belle del suo regno, di umili natali, la splendida Selene, troneggiava accanto a lui nella Gran Reggia, dove i sudditi erano sempre ben accolti, che portassero offerte o reclamassero giustizia. Poiché non vi era ne fame ne carestia, i granai scoppiavano sotto il peso delle messi raccolte durante le estati, grassi vitelli imbandivano le tavole dei nobili come degli umili, e il vino scorreva, quasi che Bacco stesso avesse dato vita ad una fonte inesauribile. Ne guerre, ne malcontento scuotevano gli abitanti di quella felice terra, che se fosse stata al di la della vita, Campi Elisi sarebbe nomata. Ma si sa che dove c’è paradiso, anche l’inferno tende le sue mani, e i demoni più oscuri dell’animo umano attendono fremendo il momento di reclamare la loro preda. Due figli aveva Radamanto, di bell’aspetto entrambi, forti ed audaci, l’uno cacciatore, l’altro sacerdote di Zeus, degli Dei Padre, e degli uomini Creatore, e poeta eccelso. Il primo, Medeo, aveva ricevuto la benedizione di possedere una vista acuta, velocità nelle sue gambe, e il dono dell’arco, con il quale nessuna selvaggina era tropo distante. Si dilettava nei boschi che attorniavano il palazzo ad inseguire lepri, cervi e il possente cinghiale che dominava su tutti, senza mai però catturarli, poiché odiava dover uccidere così belle creature, dal manto lucido e dagli occhi fieri. Si allenava inoltre molte ore al dì con la sua arma, contro tronchi e rami di alberi, frutti che colpiva senza errore, e quindi come trofeo non immerso nel sangue recava alla sua dimora, offrendoli sia ai suoi cari, sia come pegno agli Dei. Amava molto suo padre, così come il fratello, e apprese anche l’arte del governo, benché non toccasse a lui succedere a Radamanto una volta che la triste mano delle Moire avesse tranciato il filo della vita del Re, ma di certo il fratello non era da meno. L’altro invece era Crio, dagli occhi di tempesta e dalla voce di liuto, che sapeva incantare con le parole, narrando le vicende di eroi e amori, guerre e morti, interpretando ogni realtà con un tono differente, che poteva raggelare o indurre a frenetici sospiri. Le serate per lui erano dedicate ad onorare colui che con l’animo serviva, oppure a portare la gioia nei cuori del padre e della madre, insegnando al fratello ciò che sapeva sulla natura, sull’arte o sul cosmo infinito. Amava i suoi sudditi, con i quali trascorreva molto tempo, aiutandoli quando richiedevano conforto, o imploravano perdono agli Dei. Se un raccolto non era proficuo (cosa assai rara in Arcadia), allora ci si rivolgeva a Crio, che pregando con fervore, e sacrificando qualche capro, riportava grazie alla benevolenza di Zeus la ricchezza nel campo desiderato. Vennero tempi di gioia, tempi di felicità, quando venne poi un tempo di dolore, le nuvole si addensarono sul cielo sempre limpido di Arcadia. Una mattina di tarda primavera, Medeo, decidendo di partirsene per una battuta di caccia nella vicina foresta, pensò di proporre al padre di rendergli onore con la sua gloriosa compagnia, e quindi gli fece tale proposta, avendo come risposta una gioiosa affermazione, giacché il Re amava molto il suo forte figlio Medeo. Molte volte aveva desiderato dirigersi con lui, ma sempre impegni per il regno gli avevano impedito di passare del tempo in una foresta, assaporando il piacere della caccia, per gli uomini gloria e prova di potenza. Partirono all’alba, dirigendosi verso i ruscelli di Mirea, così denominati da una Ninfa che si diceva essere nata da quelle fonti pure e limpide. La zona era un paradiso per la caccia, gli animali selvatici abbondavano, e non facevano molto per nascondersi agli occhi esperti di Medeo, il quale con la prodigiosa vista individuò subito diversi rapaci, lepri, e persino un capriolo, il quale molto era apprezzato sulla tavola reale, poiché la sua carne era tenera e dolce. Il capriolo per volontà sua andò a dirigersi vero una grotta, probabilmente la sua tana. Medeo e il padre diressero anche loro i passi laggiù, mentre uno strano silenzio calava sul bosco intero. Pareva che anche il vento tacesse appositamente per permettere ai due di avvicinarsi udendo ogni strepito dell’animale. Entrarono senza torce nella carena, con attenzione particolare, passo dopo passo si addentrarono, sino a che più nulla videro con le loro iridi. Il silenzio era tanto snervante, che per rompere quel timore inconsueto, Medeo chiamò il padre con un sussurro, ma non ebbe altra risposta, che uno strano clangore, uno strascicare di arma, una lama che veniva estratta. Qualcuno si muoveva con passo lieve, forse la bestia che tentava di eludere i sensi dei due cacciatori per avere salva la vita. Un veloce vento soffio nella grotta, mentre la sua mano si portava veloce alla cintola, dove il fodero con la sua daga era appeso, quindi estrasse l’arma, ponendosi in difesa, e cercando di far abituare lo sguardo alle tenebre che lo circondavano. Chiamò ancora il padre, ma questi non rispose. Udì passi che venivano veloci verso di lui, udì il respiro affannoso del genitore, una lama che si alzava, il fendere dell’aria, e il suo braccio che si protendeva automaticamente, colpire qualcosa di molle, affondare. Poi un fruscio di mantello, caldo sulla mani, e venne colpito sulla nuca da un duro oggetto. Cadendo a terra, la sua vista si annebbiò, mentre la sua mano oramai non stringeva più la lama. Mattino, il cinguettio dei pettirossi dava l’avvio alla vita nel Bosco. Sortivano gli animali dalle loro tane, mentre prendevano il loro ritmo i vegetali, assuefatti al fresco della notte, affrontavano con piacere i nuovi raggi del giorno. In quella stessa grotta, il giovane Medeo scosse il capo, confuso, senza vista, ancora offuscata per il grave colpo e per la fatica. Il sonno non lo aveva aiutato, e cercò a tentoni la parete di roccia per riuscire a rialzarsi. Puntando i piedi, lo sforzo pur notevole servì allo scopo, e subito era nuovamente in posizione eretta. Cercò appigli, e si diresse verso quella che credeva fosse la giusta direzione, incontro alla parte più chiara, dove il Sole batteva i suoi raggi. All’aperto inspirò profondamente, molte volte, ritrovando la voce e il fiato, che nella soffocante atmosfera della grotta gli era venuto a mancare. Poteva udire il cinguettio di quello stesso uccellino che lo aveva destato dal suo stato di incoscienza, profumi di sottobosco, l’umidità che durante la notte si era depositata sul terreno, e ora grazie al calore che l’astro di elio emanava, evaporava verso il cielo. Era abituato mentre era a caccia ad avvertire queste sensazioni, proprio per questo amava la sua attività nella quale eccelleva. Non per il sangue delle prede versato, non per le corna, la carne o la pelle che come trofeo offriva al padre o al Sommo Padre celeste, ma per le corse esasperate, dove non sempre egli risultava il vincitore, per gli odori, i colori sfuggenti davanti agli occhi, il fruscio del vento tra le foglie mentre attendeva che l’animale cacciato facesse la prima mossa e si avventurasse oltre il suo rifugio, magari attendendo ora ed ore sotto la calura insopportabile del Sole, oppure in posizioni scomode, ma che gli permettevano ottima visuale pur rimanendo celato agli occhi della preda. Mano a mano la vista tornava, prima baluginante, tremolante e sfumata in diverse tonalità di grigio, quindi iniziò a riconoscere il sentiero sul quale si era avventurato, alberi di diverso tipo, e il masso sul quale sue padre aveva posto un segno con la sua lama, in modo da riconoscerlo una volta che avrebbero fatto ritorno alla loro dimora. Già, suo padre, dov’era finito? E cosa era accaduto, perché era stato colpito? Queste domande gli affollarono la mente, quesiti che erano riapparsi al suo animo. Il colpo in testa gli aveva provocato uno stordimento tale, per cui solo dopo essersi quasi totalmente ripreso iniziò a ricordare gli avvenimenti, anche se essi rimanevano oscuri alla sua comprensione. Tornò correndo nella grotta, mentre strane idee gli balenavano in testa, ma subito sorridendo le scacciò, vergognandosi anche solo per averle immaginate. Quindi i suoi piedi nella corsa andarono a sbattere contro qualcosa, e chinandosi scoprì al tatto che si trattava di un corpo, i cui lineamenti gli erano orribilmente familiari. Sentiva le vesti umide sotto le sue mani, avvertì che il cuore non batteva più, chiunque fosse era morto, e da diverso tempo, poiché il calore che normalmente permeava un corpo, per qualche tempo anche dopo la morte era completamente esalato, non si avvertiva più. Appariva come un involucro svuotato della sua essenza, sasso tra migliaia di sassi, e se non fosse stato per gli acuti sensi di Medeo, e per la sua abilità nel riconoscere anche al buio ciò con cui veniva a contatto, non avrebbe di certo capito che si trattava proprio del corpo di un uomo. Lo trascinò con ogni sua forza all’esterno, afferrandolo per le spalle, tirando con tutte le sue forze, senza prestare troppa attenzione a dove questo finisse, se si sporcasse o se si graffiasse la pelle presumibilmente cinerea. Era ancora debole, non aveva mangiato nulla da una giornata intera, e il sonno in cui era stato fatto piombare non era stato ristoratore, ma affollato di incubi che non rammentava. Poco prima che esso fosse del tutto uscito, cadde in ginocchio, e urlò come mai nessuno aveva urlato, un urlo profondo, che dal cuore risaliva sino alla dimora degli Dei. Anche alla penombra che si stagliava all’ingresso della grotta, riconobbe con i suoi stessi occhi colui che aveva trasportato, un volto che per lui era stato simbolo di dolcezza e affetto, e il dolore fu troppo grande. Il corpo di Radamanto, Signore di Arcadia giaceva pallido e freddo, privo di vita ai cuoi piedi, con la daga che lui stesso aveva impugnato da sempre infilzata nel petto, mentre costatò con orrore che le sue mani erano bagnate di sangue, lo stesso sangue dell’amato padre ora bagnava le sue dita, sangue che scorreva fino a poco tempo prima dalla ferita mortale. Anche la gola del re era dilaniata, colpita da un fendente centrale, per cui la lama lo colpì precisamente alla carotide. Non aveva sofferto per il petto, era morto poco prima. Giaceva come se lo era immaginato, con un’espressione di dolore, bocca serrata ma contratta orribilmente, cercando di non soffocare per il sangue che gli aveva certamente invaso le vie respiratorie e causa della profonda ferita nella gola. Le mani contratte anch’esse, prive di forza, iniziavano a sciogliersi, riportandolo ad uno stato simile a quello di un vecchio panno che dopo essere stato lavato, prendeva la forma del terreno dove veniva poggiato perché i raggi del Sole lo asciugassero. Medeo si rialzò in piedi, colmo di disperazione e miseria, l’orrore negli occhi mentre fissava alternativamente le mani, le vesti insanguinate del padre, e la strana luce che si era creata vicino al suo corpo. Una luce che cresceva, prendeva splendore e consistenza, e si avvicinava in modo strano. Poi udì delle voci, contemporaneamente nella sua testa e provenire dalla luce, così come dal cadavere di Radamanto. “Tuuuu, sei stato tuuu…parricida, uccisore del tuo sangue…tuuu…vendetta sul corpo del Re…l’Arcadia si bagnerà del tuo sangue Medeo…colpa…vendetta…odio eterno…vendetta…colpa…sei stato tuuu…”. Voci maligne nell’udirle, lo incitavano, lo frustavano come rami, lo graffiavano nello spirito, portavano il suo cuore a sanguinare, e donavano senso a tutto quello che era accaduto. Pensò prima di essere impazzito, che avesse perduto la ragione per l’improvviso e inaspettato dolore, ma poi il suo pensiero mutò. Medeo vedeva ora tutto come stava, capiva la situazione, capiva la sua vita, era cosciente del fatto che era un assassino, cosa che pochi minti prima lo sconcertava. Queste parole continuarono, veloci, insistenti, maligne, possenti come il tuono e la tempesta, lo colpivano ferocemente, anche quando oramai con passo frenetico Medeo si era allontanato dal corpo di suo padre, e stava correndo, in preda al panico, all’angoscia e alla paura folle. Il rimorso lo dilaniava, cosa stava succedendo? Perché sentiva quelle voci? Lui non aveva fatto nulla, o forse sì? Tornò la domanda, a tratti debole, quindi nuovamente fervente, poi si acquietava, e esplodeva poco dopo dolorosamente nella sua mente, accompagnata dall’ululato di quelle voci: Medeo…arrenditi a noi…poiché tu hai la colpa…traditore del padre, assassino del padre…colui che ti crebbe…vergogna ricada su di te…hai tradito la fiducia…la mano che ti nutrì or è scopra di sangue…che tu hai versato…tuuuu…assassino…”. Il dubbio serrava la sua gola, si sentiva soffocare, voleva morire come aveva ucciso il padre, voleva che la terra si tingesse del suo vermiglio liquido. Brandì un pugnale che teneva legato alla cintola, e se lo puntò al cuore, pronto a togliersi orribilmente la vita. “Lasciatelo, fermate la vostra collera, la vostra ira prenda riposo, lo ordino per volontà di Apollo lo splendido!”pronunciò una voce che a prima vista Medeo non seppe associare a qualcuno, dato che non pensava ad altro che alla sua imminente morte. Ma quando udì tali parole, da una voce così delicata e dolce, ma pur ferma al medesimo tempo, arrestò le sue intenzioni, e come se un vento avesse spazzato al sua mente, le voci cessarono di incitarlo, e il silenzio cadde sulla radura vicino ad un ruscello, ove si trovava in quel momento preciso. Riprese fiato per la corsa e il tremore, quindi osò osservare chi aveva pronunciato tale verbo, e i suoi occhi si stupirono quando si posarono su una fanciulla di immortale bellezza, perfetta in ogni dove, capelli fluenti come grano maturo, occhi fatati e colmi di serena gloria, nonché un portamento che le più grandi Regine avrebbero invidiato. “Chi…chi siete creatura di bellezza così immensa? Il mondo che io vivo non vi generò di certo!” chiese coraggiosamente Medeo, cercando di assumere un portamento più adatto alla situazione. “Il mio nome è Nisia, e tu non sbagli giovane Principe d’Arcadia, poiché io sono figlia di Apollo, Ninfa per sorte, so molte cose di te, e molte volte ho vegliato sulle tue cacce, ma ora non mi spiego il tuo fuggire frenetico, e perché eri inseguito da tali spiriti!”. Medeo si schiarì la voce e spiegò velocemente il fatto: “Mia Signora, qualcosa di orribile si cela nell’animo mio, accaduto ieri dopo che il carro di Elio fuggì oltre l’orizzonte. Con mio padre mi ero diretto in una spelonca poco distante da qui, proponendogli una caccia che da molto tempo si che egli attendeva. Conoscevo bene il suo animo, mi amava molto, e volevo renderlo orgoglioso di me, di come mi aveva cresciuto, dell’uomo che aveva plasmato con il suo amore e la sua giustizia. Così di buon mattino ci incamminammo, e giungemmo appunto in questa grotta, dove un capriolo si era rifugiato, avvertendo i nostri passi e scoprendoci privi di riparo alla sua vista. Eventi assai strani mi colpirono. Eventi orribili, deplorevoli, di cui mai mi perdonerò, poiché mia fu la causa, benché non sapessi perché volerlo. Una lotta con un nemico invisibile, un colpo affondato nella carne con la mia arma, strani rumori, silenzio di voci, poi venni colpito, e Morfeo mi accolse nel suo regno, fino a che l’alba che poco fa illuminò questa foresta non giunse, ridestandomi e donandomi la consapevolezza poco dopo dell’atto maledetto che avevo compiuto. Scoprii al mattino essere mio padre quel nemico invisibile, ucciso dalla mia stessa mano, dalla mano di suo figlio Medeo…per questo non merito di vivere, e il mio cuore mi suggeriva di porre fine alla mia esistenza. Ma tu hai arrestato la mia mano, perché non vuoi che la giusta punizione di compia, togliendomi almeno questo ultimo barlume d’onore, di morire per vendicare mio padre?” Riprese la parola la Ninfa: “Non era il tuo cuore sciocco, ma gli spiriti della vendetta, le implacabili Erinni, coloro che governano il tragitto del Sole perché non fugga e consentono la giustizia sulla Terra. Aletto, l’incessante, che riporta la falsa vita nei corpi uccisi, Megera, la maligna, che si fa largo fra i pensieri dell’assassino per portalo alla follia, e Tisifone la vendicatrice, che per riportare la luce, luce stessa diviene. Non è consentito agli uomini punire i trasgressori delle leggi naturali, il figlio che uccide il padre, o il fratello che annienta il suo simile, verranno puniti da loro, ma per mano di se stessi. Esse lo porteranno alla pazzia, facendolo soffrire come essi hanno fatto soffrire coloro che hanno tradito. Pressoché impossibile combattere contro esse, poiché spiriti immortali, e al di là della comprensione umana. Gli Dei pur non essendone colpiti le temono, padroni non sono di esse, ma le inviarono sulla Terra, per punire i malvagi e il colpevoli. Non le crearono, fu il sangue del castrato Urano, quando il figlio Crono compì quell’atto. Ma non sempre la ragione degli Dei è corretta…io di conosco da quando eri nel grembo di tua madre, e so che ami entrambi i tuoi parenti, nulla potrebbe aver portato la tua mano a levarsi contro il sangue che ti generò, di certo nemmeno in lotta, piuttosto sceglieresti la morte, ho ragione?”. Medeo rispose subito senza esitazioni, ma con una voce affranta che tremava: “Così ho sempre creduto, ma forse ho sempre creduto il falso…”. Nisia quindi lo schiaffeggiò due volte, lasciando rossi segni sulle sue guance, e riportandolo alla realtà che lei ben conosceva: “Essere più duri con se stessi non porterà la vita in tuo padre. Non pensare al male che ancora non hai compiuto. L’uomo per natura vi è portato, ma la bontà in te lenisce ogni istinto. Tu non sei l’uccisore di tuo padre, e dovrai sapere chi fu, o le tre Furie torneranno per riprenderti, e questa volta nemmeno il potere di mio padre potrà salvarti…egli non può contrastare per sempre l’equilibrio del cosmo.” “Ma perché il generoso Apollo padre tuo vorrebbe rendermi la giustizia? Non ho mai onorato il suo culto, ne mai offerto a lui sacrifici!” “Agli Dei non servono pretesti per amare o nel caso contrario odiare, tutto avviene spontaneamente, cosa che per gli uomini non sarà mai…gli immortali Signori del cosmo governano secondo la loro legge, ma i loro cuori da nulla sono governati se non dal caso, e il mio celeste padre ti ha preso in estrema simpatia. Non per questo sfiderà la legge degli Dei e degli uomini, ma è disposto ad aiutarti come vedi, e io con lui. Ora andiamo, dobbiamo tornare a palazzo, dovrai annunciare ai tuoi famigliari la triste perdita, e organizzare il cordoglio, per onorare il defunto grande Re!”. Medeo acconsentì, mentre ei suoi dubbi non si erano ancora placati, cresceva un odio feroce contro l’assassino del padre, odio che quindi colpiva anche lui direttamente. Si avventurarono nella boscaglia, che diveniva sempre meno fitta, sino a ritrovare le tracce del sentiero, che presero a percorrere in direzione della città, dove la ferale notizia avrebbe raggelato i cuori di Crio suo fratello e Selene, madre sua. La strada per disdetta fu però colpita da altro pericolo, e cinque guardie che portavano lo stemma reale, si posero davanti ai due, brandendo chi daghe, e chi archi, puntando entrambi su Medeo. Il capitano, che il giovane Principe riconobbe come Polinice si fece avanti, e con voce squillante declamò: “Principe Medeo, per l’orribile crimine di parricidio, siete condannato all’esilio, poiché nessun mortale è in potenza di condannarti a morte. Per il resto della vostra vita dovrete andarvene dalla vostra patria Arcadia, altrimenti la pena verrà eseguita per altro motivo, ordine di vostro fratello Crio, nuovo Sovrano di Arcadia.” Mantenne un contegno adatto ad una personalità reale, ma la sua voce era macchiata di disprezzo. “Egli non è colpevole, così parlò Apollo il misericordioso, ora lasciate il passo e conduceteci con il dovuto rispetto alla reggia, poiché altri già sanno della morte che ancora deve essere annunciata.” disse senza badare troppo alle reazioni dei militi Nisia, imponendo la sua forte volontà. Ma i soldati per tutta risposta incoccarono le loro frecce, puntando contro Medeo, e lasciarono che queste sfrecciassero contro lui. Intanto il giovane si era gettato dietro un tronco, e aveva estratto anch’egli il suo arco, con due colpi precisi uccise altrettanti uomini, ne mise in fuga due per la paura, e rimase faccia a faccia con il capitano Polinice, che brandiva una spada corta. Avvertiva in lui una strana paura, dettata forse dal rispetto che aveva provato, dall’onore che gli si era infuso nell’animo quando lo serviva. Molte volte Polinice era stata inviato dal giovane per delle commissioni, affilare la lama della sua arma, comprare penne di colombo per le sue frecce, che egli stesso si confezionava da sé, oppure semplicemente lo invitava come scorta ad una caccia, dove sempre finivano col tornare alla reggia a mani vuote, ma con un sorriso di pura gioia sul volto, che rallegrava chiunque incontrassero. Iniziarono il combattimento scambiandosi alcune occhiate, soppesando ognuno la forza dell’altro, qualche scatto per sciogliere i muscoli o cogliere impreparato l’avversario, continuando quella strana danza di preparazione. Medeo non aveva armi per il corpo a corpo, ed era troppo vicino per usare l’arco, così il soldato ne approfittò e si scagliò contro il giovane, cercando di colpirlo al cuore. Scartando di lato Medeo si salvò, ma non avrebbe resistito per molto, poiché il soldato aveva una grande forza dentro di sé, muscoli e tendini possenti, braccia che potevano spezzare le ossa di un uomo senza troppa fatica, e un soffio vitale che gli permetteva di correre ininterrottamente a gran velocità per diverse ore. Così decise di tentare un disperato rimedio, qualcosa che di solito era contro la regola di coloro che usavano l’arco per difesa o per attacco, ma l’unica soluzione possibile, a meno che non intendesse affrontare la spada di Polinice con il suo pugnale, soluzione ancor più pericolosa e sicuramente fallimentare. Non era abile nel tiro ravvicinato, dato che il suo arco era lungo quasi due metri, troppi per essere teso con precisione, e così davvero la distanza era praticamente inesistente, ma caricò il suo arco, preciso e veloce in un attimo la freccia fu al posto che le competeva, e mentre la guardia sferrò un altro fendente, questa volta laterale, tentando di colpire il Principe al braccia, o meglio ancora alla gola, lasciò la corda tesa, e la freccia partì con una traiettoria malferma, ma raggiungendo comunque il bersaglio. L’occhio di Polinice non esisteva più, poiché la freccia aveva terminato la sua corsa proprio lì, nell’orbita che si spegneva di Polinice, e dopo la parziale cecità sopraggiunse la morte, non prima che egli riuscisse a ferire al braccio Medeo, che non portava armatura. Il sangue colava copioso, mischiandosi a quello ormai rappreso di Radamanto, mentre il soldato si accasciava a terra privo di vita, lasciando che la sua spada si infrangesse al suolo con un tintinnio che esplose come un grande fragore all’orecchio di Medeo. Nisia, che si era allontanata di qualche metro per non venir coinvolta, impose le mani, e quindi sfregò della terra umida contro la ferita, recitando parole dall’oscuro significato. Un calore avvolse l’arto colpito, e subito dopo la ferita era cicatrizzata, l’emorragia conclusa. “Vedi, mio padre vuole davvero che tu scampi…non ha mai avuto un mortale così in simpatia!” disse ancora lei, prima di riprendere il passo, mentre Medeo la guardava attonito, ipnotizzato dal suo incede elegante, dalla paura dello scontro, e dal rimorso che stava rinascendo in lui. Si rivolse sul corpo di Polinice, e compose le sue braccia sul suo petto, pronunciando poche parole rattristate: “Eri un valoroso guerriero amico mio, e hai sempre servito il tuo Signore, avrai gloria eterna nei Campi Elisi, e vendicherò la morte che io ti infersi. Tua moglie e i tuoi tre figli saranno onorati e risarciti per la perdita, possa il tuo cammino essere ora limpido e sicuro, o valoroso Polinice!”, quindi riprese il cammino, mentre Nisia lo stava attendendo poggiandosi ad un tronco lungo il sentiero. La strada fu poi completamente libera, attorniata da alberi maestosi, quindi da soli arbusti, e infine dalla prateria che circondava la città, praterie dove Medeo da piccolo molte volte aveva sognato il suo futuro, libero da doveri, libero da ordini, libero da tutto ciò che poteva incatenarlo alla vita di palazzo. Ma poi ricordava sempre ciò che aveva promesso al padre, alla madre e al fratello, di essere degno del nome che portava, così che i padri dei suoi padri potessero rendersi orgogliosi di lui e delle sue gesta. Al sopraggiungere della mura cittadine l’animo dei due giovani mutò radicalmente, adombrandosi ancora di più, colpiti dall’angoscia di coloro che pur non avendo compiuto il male, sanno di portarne il segno. “Nisia, come faremo ad entrare? Sanno chi sono, e le guardie sono state avvertite!” “Quello che mi chiedo Medeo, è come possano essere state avvertite? Qualcuno ha visto il corpo del re nella grotta?” “No di certo, sono stato l’unico a recarmi laggiù, e l’ultimo a lasciare il luogo dopo aver scoperto l’orribile misfatto, nessuno potrebbe avermi visto, o aver visto mio padre disteso senza soffio vitale!” “Allora qualcuno sapeva già da prima che questo doveva accadere…di certo non un contadino…chi sapeva che ti eri recato in quelle zone con tuo padre?” “Solo mia madre e mio fratello, ma escludo categoricamente che loro…” “Escludi loro e non te? Cos’anno loro più di te se non l’amore che provavano per il tuo defunto genitore?”. Medeo tacque a quelle parole, stordito dal pensiero che uno dei suoi famigliari avesse potuto compiere un simile gesto. Ma come poi? Come sapeva qualcuno che quella grotta sarebbe divenuta una loro meta? Arrovellandosi su questi temi, si portarono alla porte della città, ma prima intervenne la divina mano di Nisia, che mutò l’aspetto del Principe, rendendolo più simile ad un vecchio contadino ingobbito da anni di lavoro e scurito dall’eccessiva insolazione. Così avvicinandosi alle guardie che montavano al portone orientale, queste nemmeno rivolsero loro lo sguardo, tanto miserando era il loro aspetto. Passati oltre il portone, Medeo preferì mantenere il suo aspetto nuovo, quella maschera lo avrebbe salvato da morte certa, poiché di certo era forte, e l’aiuto di Febo era con lui, ma non poteva contare su questo contro tutte le guardie del regno. “Ora dobbiamo entrare nella reggia, ma non è giorno di udienza, e dato che gli eventi già sono conosciuti, di i cancelli non saranno spalancanti a chiunque voglia entrare…soprattutto non a un contadino e una fanciulla mai visti.” disse Medeo, Per tutta risposta Nisia non proferì parola, ma bensì osservò bene le mura della reggia, non troppo alte e per nulla controllate, dato che non vi era mai stata la necessità di difendersi da nemici o cospiratori. In effetti queste era un’esperienza nuovo, che l’Arcadia non aveva mia dovuto sopportare. Certamente ogni tanto qualcuno uccideva un altro suo simile, ma per una rissa tra ubriachi di vino speziato o una lite per terreno mai utilizzati. Non di certo un assassinio reale, questo mai aveva colpito quella pacifica terra. “Stanotte Medeo…stanotte sapremo…tieniti pronto con la tua agilità…quando vi è un muro, vi è anche un modo per superarlo…rimane il problema di superare le guardie interne…” disse Nisia quindi, ma le sue parole trovarono subito risposta. Alcune guardie erano tornate dalla foresta, e recavano per primo il corpo di Radamanto, avvolto in un panno di lino bianco, quindi su alcuni cavalli i tre corpi delle guardie trucidate nella foresta da Medeo quando erano stati attaccati. “Signore, mio Signore” si precipitò uno dei soldati a riferire a Crio, ce aveva fatto il suo ingresso nella piazza principale, portando la veste porpora del padre, e la sua corona di cuoio e oro “Il colpo di vostro padre e pronto per i riti, e vostro fratello è riuscito a fuggire, rifiutando l’esilio…ha ucciso tre dei vostri migliori soldati…”. Crio ebbe un leggero tremore di sopracciglio, che nessuno per la distanza vide, poi con voce calma e attenta, forse troppo disse: “Mio padre sarà onorato questa sera stessa, possa il suo spirito recarsi nei Campi Elisi…mia madre ora è affranta da grande dolore, non credo desideri vedere il volto freddo di mio padre…quanto a mio fratello, se metterà piede in questa città, ordino che venga ucciso a vista, poiché ha infranto la legge, se coloro che comandano sull’equilibrio non avranno ancora adempiuto al loro compito!”. Quindi si ritirò, rientrando nella reggia. Medeo e Nisia si guardarono negli occhi, quindi le loro bocche, senza aprirsi dissero silenziosamente la medesima cosa: “Stasera durante il cordoglio…”. Crio nel frattempo si era ritirato nel suo tempio privato, ad onorare ancora una volta il nome di Zeus, e pregando per il cammino nell’Ade di suo padre Radamanto, ma i rituali che recitava avevano un che di fasullo, come se fosse persuaso che occhi indiscreti lo fissassero attraverso i muri, e dal suo animo dovesse uscire un dolore che non poteva essere provato. La madre Selene giaceva nel suo talamo, che molte volte aveva diviso con l’adorato marito, lo stesso sul quale i suoi due figli erano stati generati. Aveva ancora due figli? O uno non meritava più tale appellativo, tanto il gesto era stato orribile? Medeo, il suo Medeo, come aveva potuto, egli che amava così suo padre, come aveva potuto levare la spada contro di lui? Sul volto vi era odio per Medeo, angoscia nella mente, ma in fondo al cuore, si librava una speranza che non si era ancora spenta, la speranza che quell’incubo fosse solo fantasia, scherzo del destino che si prendeva gioco di lei e della sua vita. Il momento atteso giunse velocemente, mentre Medeo e la Ninfa Nisia, per non dare nell’occhio camminarono per le vie del mercato e per altri vicoli, come fossero due comuni forestieri intenti come molti ad ammirare lo spettacolo del tramonto che colorava di vermiglio le mura cittadine, oppure gli odori delle spezie che venivano portate da paesi lontani, poiché non crescevano in quelle terre feconde. Le prime fiaccole vennero accese, e quando Crio, accompagnando sua madre sulle sue gambe ora malferme e trepidanti, sorreggendola per un braccio uscirono dal palazzo e si misero alla testa del corteo funebre, subito dopo i portatori che innalzavano il corpo di Radamanto cosparso di petali di glicine, con la sua spada e due monete sugli occhi, pegno per l’entrata dell’oltretomba. Si sarebbero diretti verso i campi, dove una grande pira era stata allestita, ove il corpo del grande Re avrebbe avuto la sua cremazione, ultimo addio alla vita terrena. Agirono proprio allora Medeo e Nisia, avvolti dal manto oscuro di Erebo la notte, con una corda iniziarono ad arrampicarsi sulle lisce pareti del muro che circondava il palazzo. Una volta issatisi del tutto, ritirarono la corda, e la gettarono lontano, in modo da non richiamare troppa attenzione quando altri avrebbero fatto ritorno. Dato il clima mite, molte finestre erano spalancante, per portare un poco della fresca brezza serale negli appartamenti reali. La più vicina ai due era chiusa, ma con un salto, si poteva raggiungere comodamente la seconda, leggermente più distaccata. Prima saltò Medeo, e quando la Ninfa si gettò, lui la sorresse, ridandole equilibrio sul piccolo balconcino. Si intrufolarono guardandosi intorno attraverso la finestra. Medeo riconobbe l’appartamento di suo fratello Crio, molte immagini raffiguranti il Sommo Padre degli Dei erano lì, e troneggiava nel centro della stanza un leggio, dove era posto un tomo assai pesante, contenente, come Medeo ben ricordava se la sua memoria non lo aveva tradito, le regole per il culto, che Crio conosceva perfettamente, una dopo l’altra, e in molte sere aveva tentato di inculcarle anche nella testa di lui, senza ottenere grandi risultati, per cui dopo poco tempo aveva desistito da questo intento. A Medeo parve così illogico che suo fratello, dopo la vita che aveva passato insieme potesse volere la sua morte, o addirittura avesse contribuito a quella del padre. No, non era concepibile, non poteva essere. Lui solo era colpevole,lo sentiva. Nisia poteva essere figlia di un Dio, ma come lei stessa aveva detto, a volte anche gli Dei commettono degli errori, e anche quella volta così doveva essere stato. Sentiva la sua mente sussurrargli la verità: “Medeo, sei tu il colpevole. Abbi il coraggio di ammetterlo, poi la morte sarà semplice…ricorda tuo padre, onoralo almeno questa volta, onoralo ammettendo la tua colpa…tu sei colui che lo ha trucidato…e tu devi morire per questo…”. Nisia notò subito lo strano comportamento di Medeo, che pareva ancora una volta, come quando lo aveva incontrato nella radura, in preda ad una follia mistica, ipnotizzato da presenza invisibili ma assai potenti, che solo a lui rivolgevano attenzione. Impose le mani, e richiamò a se la sua forza: “Padre mio, grande Apollo, concedimi la potenza per rallentare la legge, fa che venga risparmiato per tuo volere, ancora una volta per la tua somma volontà, o potente Padre mio!”. Crollò sul duro pavimento di pietra, così come fece Medeo, il quale però si riprese subito dopo, mentre la Ninfa giaceva svenuta per lo sforzo immane che scacciare le Erinni le era costato. Nello stesso istante la porta della stanza si aprì, e come il fulmine Medeo si rifugiò nella stanza attigua, sbirciando solo da una fessura nella porta che separava le due camere. Entrò quindi Crio, con una strana espressione sul viso, una smorfia di soddisfazione, come se la cerimonia lo avesse appagato. Ebbe un lampo negli occhi quando vide una giovane donna sul pavimento della sua stanza, e si avvicinò ponendo mano al pugnale che teneva appeso vicino ad alcune bisacce che servivano per gli oracoli. Medeo accorse immediatamente, parandosi di fronte a Nisia, e incrociando le braccia in difesa di lei, temendo un attacco del fratello. “Fratello mio, non porre mano a codesta creatura, non la colpire, poiché colui che desideri sono io, e qui sono venuto per te. Dimmi, come puoi tu aver conosciuto la morte di nostro padre prima che io stesso mi recassi qui per annunciarla a te e a nostra madre? Forse che tu la conoscevi già prima che essa avvenisse fratello?”. Chiese con voce seria e distaccata, iniziando a temere per la risposta. Crio ebbe un attimo di smarrimento, sia per l’improvvisa entrata del fratello, per la situazione inaspettata, per la raffica di domande, e per qualcosa che sfuggì all’attenzione di Medeo. “Fratello, non è questo il modo con cui un parricida, uccisore del Re si dovrebbe rivolgere al nuovo Sire di Arcadia, ma data la tua misera condizione e la tua curiosità, risponderò con semplicità ai tuoi quesiti. Preoccupato ieri notte no vedendovi tornare dalla vostra caccia, consultai l’oracolo, vaticinando che il padre era perito per mano del figlio, in un luogo dove l’oscurità era padrona. Quella visone mi scosse a tal punto che tutta la sera cercai di interpretarla in altro modo, ma l’unico significato era quello, tu avevi ucciso nostro padre. Avvertii nostra madre Selene, che ebbe un mancamento, e nel frattempo, fattosi giorno, inviai una piccola milizia per decretarti l’ordine di esilio…”. Medeo era esterrefatto, purtroppo quella spiegazione era perfetta, più volte il fratello aveva previsto eventi con una buona precisione, quindi così doveva essere. Sentiva nuovamente quella strana sensazione, mentre il cuore annegava nel dolore, e le tre voci ritornarono più potenti di prima, rimbombando nella sua mente, martellandolo come un fabbro fa con un ferro rovente: “Ora lo sai…ne sei certo…uccisore di tuo padre, Radamanto il grande Re, ora l’Arcadia è perduta, e tu ne sei responsabile! Figlio indegno, la morte ti salverà…o la pazzia…morte…salvezza…la vendetta è giunta…per lo spirito di Radamanto…”. Medeo crollò a terra, reggendosi la testa tra le mani, premendo come se stesse per scoppiare, mentre udiva ancora la risata di suo fratello Crio e qualche parola confusa: “Ahaha, Medeo, sei perduto, quel capriolo è stata la tua rovina…non fosse stato per lui, non avresti avuto il luogo adatto, e nostro padre sarebbe ancora vivo…ancora vivo…vivo…”. Cosa aveva detto? Medeo fece appello alla sua forza, il suo spirito si rese immenso, e scacciò le Furie che lo tormentavano, ora protetto da alcune parole: “Il capriolo…la tua rovina…non fosse stato per lui…vivo…”. “Crio, come sai del capriolo? Quando hai vaticinato, avevi già visto la morte di nostro padre, tu non potevi sapere dell’animale…come sapevi di quel capriolo? Rispondi Crio, prima che affondi una freccia nelle tue carni! Rispondi, maledetto, rispondi!” disse furibondo il giovane, puntando la sua arma favorita contro la tempia del fratello, che venne accecato come da un lampo. Fece qualche passo indietro e solo ora Medeo, standogli così vicino, notò che egli claudicava da una gamba. La voce di Crio era fluente e pacata, senza rimorso, come un calmo torrente: “Fratello mio…vuoi saperlo? Vuoi che le mie labbra pronuncino quelle parole? Lo faranno…io…io ho ucciso nostro padre Radamanto…sono stato io…”. Medeo tremava, le sue braccia non erano più parte del corpo, ma agivano secondo una loro volontà. Crio continuò il discorso: “Sì…io…ho attirato quel capriolo nella grotta, ho atteso nel fondo…tu sia maledetto, per poco non mi uccidevi…guarda!” e tirò su un lembo della sua veste, mostrando una ferita fresca di spada, che da poco aveva terminato di sanguinare “Poi ho ucciso nostro padre, colpendolo alla gola. Non un sussurro, solo un afflato lievissimo. Quindi ti ho colpito, e mentre eri svenuto, ho inflitto un colpo al suo cadavere con la tua arma, bagnandoti del suo sangue…tu, maledetti entrambi…”. Medeo era accecato dalla rabbia. Suo fratello, uno dei suoi beni più preziosi, lo aveva tradito così, prima di tradire suo padre. Egli almeno era morto, e non aveva dovuto conoscere e soffrire per il tradimento, ma lui era ancora in vita, di fronte all’assassino di suo padre. “Perché lo hai fatto dannato?” “Perché? Perché anche gli umani agiscono secondo istinto…non hanno bisogno di amare o odiare per un motivo…colpiscono senza pietà quando l’occasione lo richiede…come un Dio…” “ ti sei sempre ritenuto un Dio fratello…ma hai sempre errato…” “ Così tanto da avere il potere? Non credo…nostro padre era un debole…nemmeno un esercito aveva allestito…siamo in balia di potenziali nemici…quanto credi che durerà queste età splendente? Credi che La Beozia non ci attaccherà mai? La nostra è una terra bersaglio prediletto, e presto lo vedrai…dal Tartaro dove ti spedirò…salutami Radamanto se lo incontrerai…e portagli il mio disprezzo, per la sua debolezza, la sua inettitudine…digli pure che suo figlio ora regge il trono meglio di…argh…c-cosa…”. Crio lasciò cadere il pugnale, e si riversò a terra, in preda a spasmi orribili. “Sì…io…io sono il colpevole…padre…io…devo morire…fino a che la terra non verrà intrisa del mio sangue liberatorio…la fine è mia…mi attendono…arrivo padre…ti porterò onore…” disse Crio, ultime parola, prima che prendesse una rincorsa, e con uno scatto felino, si gettasse dalla finestra, cadendo a capofitto per i metri che separavano la stanza dal suolo. “Addio fratello mio...salutami nostro padre…e digli che è stata portata vendetta…contro il suo uccisore…possiate voi riposare in eterno nell’abbraccio della Morte…” pensò Medeo, osservando il cadavere maciullato del fratello, accanto al quale si erano radunate alcune guardie. Parevano molto scosse per quello che era avvenuto, prima il loro generoso Re, e ora il figlio a lui succeduto, morti entrambi per mano dello stesso assassino e traditore, fratricida e parricida contemporaneamente. Altre guardie irruppero negli appartamenti di Crio, dove Medeo stava portando aiuto a Nisia, che si era ripresa dallo sforzo oltreumano. Le guardie si disposero introno al giovane Principe, pronte e trafiggerlo con dardi e lance, ma Nisia li fermò, esponendo ciò che realmente era successo, portando la parola di suo Padre Apollo, al quale tutti i soldati cedettero senza dubbi, e non osarono di certo replicare alla volontà di un Dio. Quindi aiutarono sia lei che Medeo a dirigersi verso i locali di Selene, che apprese ancora in lacrime la perdita di uno dei suoi figli. Ma gioia fu riacquistare l’altro creduto perduto, e sapere che mai aveva tradito la fiducia del padre. L’odio e l’angoscia sparirono dal suo corpo, mentre quella speranza che l’aveva illuminata interiormente, riapparve bruciando come le folgore del Sommo Padre, e ridonò la bellezza al suo viso, tanto che Medeo l’abbracciò e la baciò colmo di gioia. Venne organizzato un cordoglio anche per Crio, che fu onorato comunque come membro della famiglia reale. Anche lui con la sua arma e le monete, ma nessun petalo venne cosparso sul suo cadavere, nessun pianto e nessuna lacrima squassarono la Notte, densa di fumo e di ceneri. Quindi Medeo, dopo un sonno ristoratore, il mattino dopo partecipò ad una nuova cerimonia, al cospetto di tutto il popolo, di Nisia e di sua madre, quindi prese il suo posto sul trono, Principe ora Re, Sovrano di Arcadia. Nisia divenne sua moglie, poiché questa avventura le aveva donato un affetto incondizionato per Medeo, e suo padre Apollo acconsentì al matrimonio. Nisia gli generò molti figli, tutti meravigliosi, di grande valore, e sino alla morte del padre fedeli a lui e al regno, che sopravvisse per molti secoli senza le guerre che Crio aveva previsto. Il culto di Zeus fu sostituito con quello di Apollo, poiché il Dio era stato la mano grazie alla quale Medeo aveva potuto liberarsi dal rimorso che ingiustamente lo colpì, e smascherare il malvagio fratello. Apollo ne fu molto compiaciuto, anche se nell’Olimpo il Sommo Padre si rodeva per aver perso un tempio, calmato dall’ingegno di Febo, che felice per i lieti avvenimenti, gli promise sempre la parte migliore di ogni offerta o sacrificio. Medeo andò nella dimora del defunto Polinice, portando la spada del milite ai suoi figli, e consegnando le spoglie a loro, perché provvedessero ad onorarlo nel migliore dei modi. Donò loro terreni e dimostrò il suo rispetto consegnando delle alte cariche di palazzo ai tre figli, che quando sarebbero cresciuti, sarebbero stati chiamati onorevoli ministri. In quanto a Crio, qualcuno crede che anche dopo la morte Megera, Tisifone e Aletto continuino a perseguitarlo, portandolo ad un’eterna pazzia nel Tartaro più profondo, dove sconta la sua pena, mentre Radamanto nei Campi Elisi, osserva la vita che continua nel suo regno, beandosi della prodezze del figlio Medeo, così come era stato previsto e come doveva essere, felice in fondo di aver lasciato la vita permettendo ad un nuovo grande Re di svolgere il suo corso. E così in Arcadia, la terra dell’oro e della bellezza, dove tutti i dolori vengono leniti, il cielo rimane limpido e sereno, gli animali vivono beati nelle loro foreste, e il vento spazza dolcemente le pianure sognanti, tornò la pace, sino a che le nubi del tempo non offuscarono il suo nome, portando il velo che coprì questi eventi e li tramutò in leggenda.

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