Register  |  Login

Friday, Aug. 29 08:48

 
 

 
 
 
 
 
Login
 
     
 
 
News e Comunicazioni
 
   
 
 
 
QuattroChiacchiere
 
   

 
 

Tuttogratis


 
Minimize ANNUNCIO IMPORTANTE
 
   


Questo sito si è trasferito su
www.storydrawer.org


 
 
Logo_Story_Drawer 2.bmp



 
Benvenuti a StoryDrawer.org
 
   

21582989.thm.jpg

Questo sito ospita racconti di scrittori esordienti. Avete un racconto nel cassetto? Registratevi e pubblicatelo perché tutti lo leggano!

Non preoccupatevi, il racconto resterà vostro a tutti gli effetti (cioè, il copyright resta vostro).

Se avete voglia di saperne di piu', date un'occhiata alle FAQ

Nella sezione Chi Siamo troverete qualche informazione su alcuni dei nostri autori, e non dimenticate di visitare i nostri Forum!
 
 
 
Fuori dal cassetto!
 
   

Ecco qui quelli tra i nostri autori che "ce l'hanno fatta" :)


Rossano: ha pubblicato un romanzo, che potete trovare qui.
Stefy: anche lei ha pubblicato un romanzo. Lo potete acquistare online a questo link.
Mimmi: e' autrice di un romanzo, acquistabile online a questo link.
Joz: ha pubblicato un libro, che potete trovare a questo link
Caterina: ha attiva una collaborazione con la rivista Mantovachiamagarda
Emmaus 2007: ha pubblicato "Sette Strane Storie","Semplici, Elevati e Krugher" e "8 racconti".
Diego: ha pubblicato una raccolta di racconti, che potete trovare qui.
Maria Cristina: ha pubblicato una raccolta di racconti che potete acquistare qui.
mattiekian: ha pubblicato un romanzo che potete acquistare qui.

Se anche voi avete pubblicato su carta qualche vostro lavoro e volete essere messi in questa "vetrina" scriveteci nel nostro forum "Non ci crederete ma..."
 
 
 
MinimizeFarfalle di morte (1)
 
   
Location: BlogsQuattro mani per un racconto    
Posted by: QuattroMani 2/13/2008 11:58 AM

Nell’esatto istante in cui guardai la fotografia stampata in prima pagina, non potei impedirmi di precipitare in un deja-vu così profondo e intenso da restare quasi stordito.

La mente si mise a correre a ritroso, a qualche anno addietro…

Ricordo ancora perfettamente quella splendida mattina di primavera, col bosco intorno a me a manifestare tutta la sua voglia di rinascita dopo il lungo torpore invernale. Gli uccellini avevano un sacco di cose da dirsi, da ramo a ramo, per nulla turbati dalla mia presenza, al contrario di qualche animaletto terrestre che, dopo avermi fissato silente, si dileguava nel folto.

Ero a caccia di farfalle, tanto per cambiare, mia grande passione per non dire ossessione. A lei dedicavo gran parte del tempo libero. Non essendo zavorrato da moglie o figli, con due anziani genitori ancora in salute ed indipendenti, per fortuna, potevo permettermi quello svago, con la soddisfazione d’ottenere risultati di primissimo piano. La mia collezione era una delle più belle della zona, con esemplari che molti stentavano a credere fossero di quelle parti. Ero, comunque, sempre alla ricerca di nuove, giocoforza le più rare, in compagnia dell’immancabile retino.

Il giorno in questione, avevo preso a setacciare una zona di bosco che non distava molto dal paese, ma che durante la settimana, e soprattutto in orari così mattutini, era assolutamente deserta. A parte il sottoscritto e la fauna locale, non pareva proprio esserci in giro anima viva. Era una pacchia, per coltivare il mio hobby.

Di buona lena, seguendo sì e no la nutrita serie di sentierini che s’aggiravano un po’ in tutte le direzioni, mi ero messo a scarpinare, col retino ben saldo pronto a planare sull’eventuale obbiettivo.

Per una buona mezz’ora, avevo individuato solo qualche banale esemplare, che non avevo degnato neppure di una seconda occhiata, poi, all’improvviso, dietro un gruppo di castani, ero sussultato dalla sorpresa, scorgendo un corpo disteso a terra.

Col cuore che batteva all’impazzata, mi ero fatto più vicino, esterrefatto.

Si trattava di un giovane, dai folti riccioli color rosso fuoco, disteso supino a braccia aperte. Era la tipica posizione di riposo che assume una persona dopo un’estenuante attività fisica, peccato che in quel caso tutto lasciasse supporre che il riposo fosse eterno. L’avevo già visto in paese, dove le persone coi capelli rossi erano tutt’altro che rare, ma in quel momento non ero riuscito ad inquadrarlo, a dargli un nome. Lo squarcio che esibiva lungo il torace, con conseguente fuoriuscita degli organi interni, non aveva certo potuto lasciare dubbi: era morto, stecchito.

Con tutta probabilità ucciso. Che si fosse trattato di un incidente, era un ipotesi sicuramente da scartare.

A quel punto, col cellulare, avevo chiamato la polizia, cercando di spiegare con precisione il luogo in cui mi trovavo.

Prima di concludere la chiamata, il mio sguardo aveva però notato qualcos’altro: sulla camicia dell’infelice si era andata a posare un farfalla, un magnifico esemplare di Lepidotterus Stingentis. Agitava appena le stupende ali, quasi a volersi pavoneggiare, ma era indubbio che ne aveva tutti i diritti, bella com’era.

L’avevo fissata a lungo, combattuto, prima di passare all’azione. Senza fare il minimo rumore, ed evitando con cura di fare mosse brusche, mi ero portato più vicino. Ero concentrato solo su di lei, lasciando perdere la scena disgustosa nella quale era inserita. Con un colpo ben assestato di retino, l’avevo fatta mia. Al morto non sarebbe servita, e neppure agli investigatori. Da un punto di vista etico, non era certo il massimo, ma pazienza. Con cura, l’avevo messa via nell’apposito contenitore che portavo sempre con me.

Turbato da due avvenimenti tanto agli antipodi, mi ero seduto poco lontano in attesa dei poliziotti, pensieroso. Il bosco aveva assunto un altro aspetto, più tetro, quasi minaccioso. Per il tempo che avevo trascorso lì, stranamente non avevo avuto timore che l’assassino ritornasse indietro. Semplicemente, mi ero solo chiesto chi fosse l’ucciso e per quale motivo avesse concluso in modo così tragico la sua esistenza. Soldi, sesso, potere, invidia o pazzia: l’uomo può uccidere per uno di questi. Devo confessarlo: mi ero pure domandato se la Lepidotterus Stingentis, la rarissima farfalla che avevo appena catturato, fosse stata attratta dalle viscere del morto o magari dal bel colore dei suoi capelli.

L’arrivo della polizia aveva posto fine ai miei interrogativi.

Il giorno innanzi, dopo un mucchio di verbali e deposizioni, ero venuto a sapere che l’ucciso, perché di omicidio si era trattato, era un certo Giulio Spasenti, operaio metallurgico, tipo solitario ma lungi dall’essere una testa calda, che avevo incrociato qualche volta per le vie del paese. Pareva non avesse nemici, né persone che potessero beneficiare della sua morte, ma evidentemente non era proprio così. La notizia in paese aveva suscitato uno scalpore enorme; era la prima volta che succedeva una cosa del genere in un borgo così tranquillo. Addirittura, la madre dell’ucciso, nell’apprendere l’orribile notizia, era stata colta da infarto, morendo. Tragedia si era sommata a tragedia. Col trascorrere del tempo, però, pian piano le acque s’erano calmate; il misfatto era stato in un certo modo digerito, metabolizzato.

Un buon paio d’anni erano passati d’allora, ed il colpevole di quel delitto non era ancora saltato fuori, così come qualche fondata ipotesi sul movente.

 

Osservai a lungo la foto sul giornale: una persona coi capelli rossi era stata crocefissa tra i rami di un albero. Una profonda ferita alla pancia, la sicura causa di morte. Dalla foto non si vedeva, ma ero sicuro che gli organi interni non fossero più tali. Il giornalista spiegava che il ritrovamento era avvenuto la sera prima, ad opera di un gruppo di ragazzini, in una zona del bosco abbastanza vicina a quella del primo omicidio. L’ucciso, stavolta, rispondeva al nome di Matteo Cinque, quarantaseienne calzolaio. Era andato nel bosco a far funghi, trovandovi invece la morte. Immediato, era scattato il raffronto con la vittima precedente, ma l’unica cosa che li poteva accomunare era il colore dei capelli. Che ci fosse in giro un maniaco che potesse avercela con persone dalla chioma ramata? Era la conclusione a cui giungeva l’articolista. La polizia indagava… il paese era sotto shock…le solite cose.

Lasciai il giornale e, preso il retino, uscii di casa. Era il mio giorno libero, l’avrei sfruttato come di consueto. Pure stavolta, a fronte della morte, non potei non chiedermi se il cadavere avesse attirato qualche farfalla rara, così come era avvenuto l’altra volta. Non avrei fatto nulla di male ad appurarlo. Lasciai il centro abitato, svicolai fra le ultime case, quindi mi inoltrai nel bosco. Saranno state le nove del mattino, ma c’era pochissima gente in giro, e quei pochi pareva avessero una fretta dannata e avessero smarrito chissà dove la capacità di sorridere.

Quando giunsi in prossimità del luogo ove sapevo era stato rinvenuto il cadavere, lo trovai cintato da un nastro rosso con scritta bianca. “Alt! Polizia!” ammoniva. Qualche curioso vagava qua e là, attirato morbosamente dal luogo di morte. Nulla comunque si scorgeva, anche perché il cadavere sicuramente era già stato portato via. Solo qualche poliziotto, nell’area cintata, s’aggirava con aria alla Sherlock Holmes, con tanto di metro, taccuino e qualche altro aggeggio strano. Stavano cercando qualche indizio che l’assassino potesse aver lasciato, ma per il momento non parevano affatto soddisfatti.

Li osservai per qualche tempo, in compagnia d’altri due o tre paesani coi quali scambiai qualche parola di circostanza, poi ripresi a camminare con l’intento di percorrere in circolo tutta l’area delimitata. Il bosco era un po’ sconvolto da tutto quel trambusto; non era la consueta oasi di pace in cui mi ci immergevo piacevolmente. Tenni comunque il senso della vista assolutamente allertato, il colpo di fortuna avrebbe potuto verificarsi da un momento all’altro. E si verificò.

Mi trovavo dall’altra parte del cerchio formato dal nastro della polizia, quando, con un tuffo al cuore, la vidi: un’altra Lepidotterus Stingentis, di una particolare sfumatura di colore.

Mi bloccai, immobile, sperando con tutta l’anima che nei paraggi non ci fosse nessun rompiscatole. Al minimo disturbo, un battito d’ali e via, persa per sempre. Con movimenti lenti e calcolati, portando il retino in posizione d’attacco, mi avvicinai a lei.

Era bellissima, d’un colore che era difficile trovarne d’eguali.

Sotto i miei piedi, per fortuna, le foglie non croccavano, ma mi sembrava lo stesso d’essere troppo rumoroso.

In quei brevi istanti, giunsi pure alla conclusione che la mia teoria non doveva poi essere così campata in aria: quel tipo di farfalla, ripeto rarissima, in qualche modo era attratta dai cadaveri o dal colore dei loro capelli, o da tutte e due le cose assieme. Veramente assurdo, ma doveva essere proprio così. La morte era in un certo modo bilanciata dall’arrivo di una così incantevole creatura.

Feci ancora un passo verso di lei, trattenendo il respiro. Ormai, era quasi a tiro.

- Fermo! Cosa sta facendo? - mi intimò una voce autoritaria, da dietro.

Alla disperata, calai il retino, ma la Lepidotterus, allarmata, era già fuggita via, librandosi sulle sue bellissime ali.

- Polizia! Si identifichi.

Mi voltai, tremendamente rammaricato, verso il nastro teso fra gli alberi: un poliziotto con due spalle da giocatore di football americano, con tanto d’occhiali neri e gomma in bocca, aspettava che reagissi, mani sui fianchi in atteggiamento di sfida.

Gli comunicai il mio nome, maledicendolo. A causa sua, avevo mancato la farfalla.

- Cosa sta facendo qua? - seguitò, sospettoso.

Gli spiegai la rava e la fava, e solo alla fine parve abbastanza convinto.

- E’ meglio che vada da un’altra parte a caccia di farfalle - mi consigliò, usando un tono di voce che di solito si usa coi bambini o con gli idioti - C’è stato un omicidio, questa notte… - indicò un punto alle sue spalle - L’assassino potrebbe essere ancora in giro…

Lo ringraziai e mi allontanai verso il punto dove era sparita la Lepidotterus; di lei, però, non vi era più traccia. Osservai a lungo tutto intorno, spostandomi qua e là per cambiare visuale, ma capii subito che era fatica sprecata. Maledetto poliziotto ficcanaso.

Con una rabbia pari solo alla delusione, rincasai.

Per tutto il giorno rimuginai sulla cosa, tormentandomi. Ero stato ad un passo dal Paradiso, poi tutto era andato a rotoli. Certo, avrei potuto ritornare nei paraggi, ma già avevo avuto una fortuna sfacciata, non pensavo proprio che una simile opportunità si potesse ripresentare. Il cadavere di quel povero disgraziato era sicuramente già al fresco dell’obitorio; da lì, non avrebbe certo più richiamato alcunché.

La sera, mia madre mi chiese di accompagnarla a messa. Durante il tragitto, non smise un istante di parlarmi della persona uccisa nel bosco.

 “Che mondo…che mondo…” non si dava pace “Chissà dove andremo a finire…”

Trovammo posto in fondo. La chiesa era insolitamente piena, pur non trattandosi di una funzione domenicale o di una qualche ricorrenza importante.

Il sacerdote, Don Luciano, un massiccio di mezza età, non molto alto, con due occhialoni spropositati, iniziò la celebrazione col suo consueto tono profondo, quindi giunse all’omelia.

- Cari fratelli e sorelle… - fissò la platea attenta e silenziosa - E’ un brutto momento questo, per il nostro paese. La morte è tornata ad abbattersi su di un nostro concittadino, una morte non certo naturale, ma violenta e malvagia - spiegò - Chi è il responsabile di tutto questo? E perché l’avrà mai fatto? Matteo e Giulio erano due brave e buone persone, lavoratori onesti e coscienziosi, e da quel che si sa, senza nemici che potessero desiderare la loro morte. Ho incontrato i loro famigliari, per recare un po’ di conforto che, come sapete, può venire solo dal buon Dio. Nei loro occhi, oltre alla disperazione, ho letto lo smarrimento, l’incredulità. Perché? si sono chiesti. Perché? mi hanno chiesto - allargò le braccia in atteggiamento di sconforto - Il perché, a noi comuni mortali, forse non è dato saperlo. Magari gli investigatori troveranno il bandolo della matassa, ma penso proprio si possa trattare di un’ardua impresa - il tono era scoraggiato - Quello che volevo sottolineare, però, è il modo in cui è stato ucciso il nostro Matteo. A braccia aperte. Crocefisso - fece una lunga pausa per sottolineare l’ultima parola - Crocefisso, come nostro Signore Gesù Cristo. Quale animo malvagio può giungere a ciò? - levò la voce, caricando di tensione l’ambiente - Quale bestia immonda può levare la vita in modo così brutale e blasfemo? - puntò un dito verso gli astanti, quasi a volerli accusare uno ad uno - Sapete già chi può esserci dietro tutto questo; sapete già chi può tirar le fila d’un simile macabro spettacolo di morte. Satana.

In chiesa, nessuno fiatava. Gli occhi erano tutti per lui. Indiscutibilmente, era un grande oratore, che sapeva andare al cuore della gente. Non potei non riconoscergli quel pregio.

- Satana. Solo lui può ordire cose tanto orrende. Solo lui può infierire senza pietà contro vittime innocenti - salmodiò - Sicuramente, si sarà servito di un suo emissario. Qualcuno che magari in questo momento sta ascoltando le mie parole, dentro questo sacro luogo; qualcuno spinto da futili motivi, come di solito avviene in questi casi, o istigato da qualche idea perversa e malsana - seguitò in quel tono, preso dal suo ragionamento - Non so, non mi è dato saperlo. Quello che però so con certezza è che noi, Popolo del Bene; noi, Armata della Luce agli ordini del Supremo Dio, non ci arrenderemo di fronte ad un tale scempio. No. Non caleremo le armi, anzi, con l’aiuto di Dio faremo in modo di isolare e sbaragliare questa mente malata che s’aggira fra noi. Animo, concittadini! Dio è con noi! - urlò dal pulpito - E’ proprio in momenti come questo che la nostra fede deve fare la differenza! E’ grazie a momenti come questi che la nostra volontà viene messa alla prova, a forgiarsi come ferro al fuoco!

Riprese fiato per qualche istante, sorseggiando dell’acqua. Ma non aveva ancora finito. Si era però placato un poco: - Stamani, per le vie del paese, ho letto negli occhi della gente la paura, ho sentito le vostre voci tremanti, ho visto le vostre movenze nervose e timorose. Qualcuno mi ha parlato della maledizione che graverebbe su chiunque abiti in questo borgo. Magari, molti di voi la sapranno, comunque ci tenevo a raccontarla - si schiarì la voce, poi proseguì - Qualche secolo fa, quando Malpelombra, il nostro paese, aveva sì e no un pugno d’abitanti, pare che il sacerdote locale, un certo Don Ariosto, cedendo alle tentazioni della carne, avesse avuto una relazione con una sua parrocchiana, una bella ragazza dai capelli rossi. Sapeva di contravvenire ai sacri dogmi, ma ormai ne era follemente innamorato, non intendendo rinunciare a lei per nessun motivo. Finché la relazione non aveva dato frutti, tutto era filato liscio. Nessuno lo poteva sapere, tranne gli interessati. Un giorno, però, la giovane aveva annunciato al sacerdote d’aspettare un figlio da lui. Era stata una mazzata tremenda. Tutta la faccenda sarebbe divenuta di dominio pubblico. Don Ariosto avrebbe dovuto rispondere, delle sue malsane azioni, davanti al popolo e a Dio. Aveva infatti infranto entrambe le leggi, terrene e divine, con conseguenze inaudite. A quel punto, il sacerdote aveva perso la testa e, sotto l’influsso del maligno, s’era messo ad architettare un diabolico piano. Per prima cosa, aveva raccomandato alla donna di mascherare la propria gravidanza, quindi, al raggiungimento del nono mese, alle prime avvisaglie di parto imminente, l’aveva condotta in sacrestia. Era proprio lì che intendeva far venire al mondo la loro creatura. Lei voleva rassicurazioni sul futuro suo e del loro bambino, e Don Ariosto, mentendo, aveva seguitato a tranquillizzarla. In una notte di tempesta, al lume delle candele, senz’altra assistenza che quella del sacerdote e di Dio, era venuto al mondo un bambino, maschio, dagli inconfondibili riccioli rossi della madre. Era sano e bello, ma su di lui incombeva una grave minaccia. Don Ariosto, con la scusa di lavarlo, l’aveva levato dal grembo della madre e s’era recato nell’adiacente chiesa, l’ambiente ove voi siete adesso…

I fedeli erano assolutamente affascinati da quel racconto. Pure io che lo udivo per la prima volta, non stavo più nella pelle per sapere come sarebbe andata a finire.

Il prete riprese: - In effetti, il nascituro venne immerso nell’acquasantiera, ma col capo sott’acqua. Don Ariosto, come posseduto, aveva una sola cosa in mente. Ucciderlo. Per un uomo di chiesa, era un peccato mortale, tra i peggiori che potesse fare, ma ormai la sua anima inquinata e malata non gli consentiva altro. La madre del bambino s’era però insospettita e, a fatica, s’era levata dal pagliericcio ove giaceva e s’era avviata verso la chiesa. Nel vedere quella scena raccapricciante, aveva raccolto le poche forze rimastele e, urlando come un’ossessa, s’era scagliata sul sacerdote assassino. Nella colluttazione che era seguita, il bambino era caduto dall’acquasantiera, picchiando la testa. Se non era già morto soffocato, quella caduta provvide sicuramente a spedirlo in un mondo migliore. La madre, sconvolta dal dolore, dopo essersi battuta contro l’omicida nel vano intento di fermarlo, resasi conto dell’accaduto s’era accucciata vicino alla sua creatura, prendendola in braccio e cullandola come se potesse restituirle la vita. Al sacerdote aveva allora riversato addosso quanto di più cattivo le venisse in mente, concludendo con un “… il figlio non era nemmeno tuo!”

La platea era assolutamente presa dal racconto, così ricco di colpi di scena.

- Don Ariosto, che fino a quel momento aveva assistito quasi indifferente alla scena, sicuramente sotto shock, a quelle parole s’era scosso. “Non è mio figlio?” aveva urlato alla donna, precipitandosi da lei per scrollarla vigorosamente a due mani “ma cosa stai dicendo?! Tu sei pazza!” e altre cose del genere. “Il padre del bambino è Mattias, il figlio del bovaro…” aveva spiegato fra i singhiozzi la poveretta “Non potevamo prenderci cura di lui… siamo poveri…” aveva confessato “Tu avresti potuto allevarlo, ne avresti avuto la possibilità…” Ma lui aveva inveito: “Sono un uomo di chiesa! Non hai pensato allo scandalo?! Sei una sciagurata! “ aveva seguitato, cominciando però a rendersi conto di quel che aveva appena fatto “Mi hai fatto diventare un assassino! Le mie mani sono insanguinate!” Al che, lei s’era difesa: “Non potevo fare altro… solo tu lo potevi salvare, ma l’hai ucciso…” - Don Luciano seguitò a raccontare, con enfasi - Cari parrocchiani, la scena, se davvero avvenne, dovette essere qualcosa di terribile. Dovete sapere, comunque, che a quei tempi, in pieno medioevo, una piccola comunità come questa doveva dar fondo a tutte le proprie capacità per sopravvivere, e una bocca in più da sfamare poteva essere davvero la rovina. Posso capire la situazione, ma non certo condividere il comportamento di lei, né tanto meno di lui. A quel punto, Don Ariosto era impazzito del tutto. I suoi nervi avevano ceduto, incapaci di reggere un così pesante fardello. Aveva preso a correre per la chiesa imprecando e, utilizzando le candele accese qua e là, aveva preso a dar fuoco ovunque. “Che sia maledetto questo paese! Che sia maledetto ogni frutto del grembo che porti con sé il germe del peccato! “ aveva seguitato ad urlare, appiccando fiamme agli arazzi e agli arredi sacri. La madre del bambino, annichilita, aveva assistito impotente. Ormai, della propria vita non le importava più nulla. Per farla breve, la chiesa si era trasformata in un enorme rogo, che aveva condotto alla pace eterna i due tribolati protagonisti. L’edificio in cui ci troviamo, pare sia stato ricostruito dopo quell’incendio, solo l’acquasantiera dovrebbe essere ancora quella originale.

Tutti i presenti la fissarono, posizionata sulla destra rispetto all’altare. Pure io non potei impedirmi di fissarla, immaginando quel povero bambino soffocato e ucciso là dentro.

- Morale della favola, come si diceva una volta… - riprese il prete - …dal male, dall’inganno, dal sotterfugio, non possono che venire lacrime e sangue. Nessuno sa se quanto ho appena raccontato sia accaduto veramente, comunque è plausibile - fece una pausa per aggiustarsi gli occhiali - I nefasti avvenimenti odierni, sembrano in qualche modo collegarsi a quell’oscura vicenda. Complice il maligno, che lo ripeterò ancora una volta, sono certo sia dietro le quinte a manovrare i suoi burattini, la morte è tornata a farci visita mostrando il suo lato più feroce e disumano. Crocefiggere una persona prima di ucciderla, come fosse una bestia al macello…- considerò, scuotendo la testa - Questo modo di procedere lascia intendere la precisa volontà di infangare il nostro Credo, di colpire la santa figura dell’Altissimo. Ma noi - puntò il dito verso la platea - Ma noi non dobbiamo indietreggiare o lasciarci intimorire. La battaglia col maligno è sempre ardua, ma non dimentichiamoci che possiamo sempre contare su di un alleato fedele e potente. Gesù Cristo. Su di lui possiamo fare affidamento, pregarlo, invocarlo, lasciare che guidi le nostre anime fuori dall’oscuro tunnel di morte in cui si ritrova ora il nostro paese. Le fantomatiche maledizioni non devono far vacillare la nostra fede, farci smarrire la luce.

Don Luciano concluse con quelle parole, infondendo coraggio ai parrocchiani sconvolti. Pure mia madre parve in qualche modo ricaricata dall’omelia, ed al momento di scambiarci il segno della pace, avvertii la sua stretta di mano forte e salda.

Nei giorni a venire, il clima di tensione che aveva avvolto il paese cominciò pian piano ad annacquarsi. La grande capacità del genere umano è pur sempre quella di adattarsi, di accettare gli avvenimenti nefasti, di dimenticare.

La polizia, lessi sui giornali, non mancò di fare il suo dovere, seguitando ad investigare per poter risalire all’autore dei due efferati delitti, ma per il momento non c’erano novità.

Una sera, un tizio che si presentò come Tenente Mandelli, venne pure a farmi qualche domanda. I miei ne furono parecchio impressionati, ma io li tranquillizzai. La polizia doveva pur interrogare la gente del posto, era così che si veniva a capo delle inchieste. Il tenente mi chiese, tra l’altro, dove fossi la notte in cui passò a miglior vita Matteo Cinque, ed io risposi che come di consueto la notte dormivo, quindi mi trovavo nella mia camera. Avevo testimoni? Beh, i miei dormivano nella stanza accanto, non certo con me nel mio letto. Il tenente mi chiese pure se avessi dei sospetti, delle congetture, cosa ne pensassi della maledizione che, voce di popolo, incombeva sul paese. Insomma, le solite cose che si vedono nei gialli in Tv. Il discorso tornò poi all’omicidio di due anni addietro, quello che avevo avuto il merito di scoprire per primo. Io dissi tutto quel che sapevo, ormai una filastrocca mandata a memoria, ma non so se riuscii a convincerlo della mia innocenza. Ma io non lo avevo certo ucciso. Che motivo avrei avuto? Lo conoscevo a malapena. Va anche detto che non è che avessi un alibi di ferro, mi aggiravo nel bosco nel momento in cui l’assassino infieriva su di lui, ma non è che per questo possa diventare automaticamente un sospettato. L’arma del delitto, un coltellaccio lungo quasi due spanne, avevo visto la foto sul giornale, era stato ritrovato in un tombino nei pressi della chiesa, perfettamente ripulito. L’assassino era convinto d’aver fatto un ottimo lavoro, ma non aveva tenuto conto del progresso tecnologico. Secondo un esperto della Omicidi, intervistato, è molto difficile togliere ogni traccia da un’arma, propria o impropria che sia. L’unica cosa che possa fare un provetto assassino, pare sia quella di far sparire l’arma. Cosa più facile a dirsi che a farsi. I corsi d’acqua, laghi o mari, sono i primi ad essere dragati e state pur certi che se dovesse essere lì dentro, salterebbe fuori. Seppellirla? Mah. I cani la potrebbero scovare in capo al mondo. Distruggerla? E come? Ci vorrebbe un inceneritore, ed in effetti a volte finiscono tra i rifiuti, uno dei luoghi che la polizia setaccia con cura. Lo ripeto, non è affatto facile far sparire l’arma del delitto. Il coltello usato per spedire all’altro mondo Giulio Pesenti, l’operaio metallurgico, era invece stato ritrovato, un colpo basso per l’assassino. Si era addirittura trovata un’impronta parziale, ma se il responsabile non fosse stato schedato in precedenza, tanto valeva. Dal tempo che era trascorso, senza che nessuno venisse spedito in gattabuia, si poteva supporre proprio questo. 

Comunque, il tenente Mandelli mi prese pure le impronte, che evidentemente intendeva confrontare con quelle in suo possesso. Lo lasciai fare, tanto sapevo già che quelle sul coltello che aveva ucciso l’operaio, non potevano certo essere le mie.

Il giorno seguente, un venerdì, approfittai di un giorno di ferie che la ditta presso cui lavoro mi aveva concesso. Sapete come l’avrei sfruttato? Facile, a farfalle.

Saranno state le nove, nove e trenta, quando uscii di casa. Andare a caccia di farfalle è un po’ il contrario che andare per funghi: è inutile alzarsi presto. Solo col sorgere del sole vengono fuori dai loro giacigli, e senonché si vada alla ricerca di quelle notturne, è meglio prendersela comoda. Ripensai di nuovo alla Lepidotterus Stingentis. Fuor di dubbio, era attirata dalle viscere o dal colore dei capelli, ma propendevo di più per la prima opzione. Chissà se quella attirata dal calzolaio Matteo era ancora nei paraggi… Ero fiducioso, non so perché, al contrario dell’ultima volta che mi era sfuggita d’un soffio.

Percorsi le vie del paese a passo veloce, notando che il clima, in generale, era ancora parecchio teso. Nessuna persona coi capelli rossi era in giro, il che era tutto dire in un paese ove quella peculiarità la faceva da padrone. Su mille abitanti, un buon dieci per cento aveva i capelli di quel colore, grazie ad origini irlandesi. Io non facevo parte di quella cospicua minoranza, nero com’ero, ma anche se così fosse stato, non me ne sarei preoccupato. I rossi della zona, però, evidentemente non la pensavano come me. Avevano paura, era chiaro. Non è che poi il sermone di Don Luciano avesse migliorato le cose; rendere di pubblico dominio la vicenda di Don Ariosto, con annessi e connessi, aveva gettato ancor più nello sconforto i miei concittadini. Le maledizioni venivano prese ancora maledettamente sul serio.

Le poche persone che incontrai, manifestarono col loro muto comportamento un’ansia da catastrofe imminente. Notai pure parecchi poliziotti che, con la loro presenza, tentavano di rassicurare la popolazione, ma solo in minima parte riuscivano nell’intento.

Imboccai il consueto sentiero che si lasciava alle spalle il centro abitato, per addentrarsi nel bosco. In pochi minuti, mi immersi nel verde. Se la paura serpeggiava fra le case, figuriamoci lì, a pochi passi dal luogo del delitto. Non c’era anima viva in giro, come avevo supposto. Giornata ideale per poter catturare farfalle.

Mi lasciai guidare dall’istinto, ed un paio di volte impattai nel nastro rosso teso dalla polizia. Fui tentato di violarlo, tanto nessuno m’avrebbe visto, poi invece decisi di esplorare tutt’attorno. Magari, una capatina al suo interno l’avrei fatta più tardi. Non so se più o meno volontariamente, raggiunsi il punto in cui un paio d’anni prima avevo trovato il corpo senza vita di Giulio Spasenti, ed in conseguenza a quello ero riuscito a far mia una magnifica Lepidotterus Stingentis. Era una zona di bosco fitta di betulle, con un grosso castagno piazzato nel mezzo della piccola radura che si era venuta a creare. Mi fermai ad osservare.

Ancora una volta, mi chiesi chi potesse essere il responsabile di quell’uccisione, ma come le volte precedenti non giunsi a nessuna conclusione. Non ce l’aveva fatta la polizia, d’altronde.

Ripresi a girovagare, ma di farfalle, a parte qualche esemplare comune, non ne vidi.

Dopo un po’, però, ebbi la sgradevole sensazione d’essere seguito, spiato. Mi sentivo gli occhi di qualcuno addosso. Che fosse l’assassino?

Mi trovavo a percorrere un sentiero che zigzagava fra bassi cespugli, con alberi d’alto fusto a schermare i raggi del sole. Il luogo ideale per un agguato.

Il cuore prese a battermi più forte e, seguitando a guardarmi indietro, accelerai il passo. Il bosco assunse dei connotati minacciosi; persino i richiami fra gli uccellini mi parvero urla laceranti. Le farfalle, come d’incanto, le avevo relegate in qualche recondito angolo del cervello, dimenticate.

D’improvviso, ad una svolta, una figura mi si parò innanzi.

A momenti, dallo spavento, temetti un infarto, tanto era il colpo che m’ero preso.

Era un poliziotto, lo stesso che mi aveva consigliato di stare alla larga dal bosco.

Udii del trambusto alle spalle. Mi voltai: un altro poliziotto mi sbarrava la strada.

Tornai a guardare avanti, con aria assolutamente stupita: l’uomo in divisa stava facendo ondeggiare delle manette.

- Lei è in arresto. Ci deve seguire.


Permalink |  Trackback

Comments (5)   Add Comment
Re: Farfalle di morte (1)    By Bernardo d'Aleppo on 2/14/2008 4:56 PM
Complimenti!
Mi cimento!
BdA

Re: Farfalle di morte (1)    By MOSTARDA on 2/15/2008 3:37 PM
Per ora posso solo farti i complimenti.
non so se mi ci metto.
...?

Re: Farfalle di morte (1)    By wildant. on 2/17/2008 4:04 AM
uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuhhhh bello

Re: Farfalle di morte (1)    By Andrea on 2/17/2008 7:28 PM
Ammazza che bello!
Certo l'hai lasciato un po' troppo aperto forse: di possibili finale ce ne sono a bizzeffe, anche perché non è che ci presenti tanti possibili colpevoli.
Vedrò cosa riesco a fare :)

Re: Farfalle di morte (1)    By emmaus 2007 on 2/18/2008 1:39 PM
Grazie Andrea! Avviso che ho ancora due parti per arrivare al gran finale! Aspetto un segnale prima di postarli


Your name:
Title:
Comment:
Add Comment   Cancel 
 
 
Per domande, commenti e suggerimenti, contattateci!Bustina.bmp
 
Apri un Racconto
 
   
Non sapete da dove cominciare? Nessun problema: cliccate il bottone qui sotto, e si aprirà per voi un racconto scelto a caso tra quelli presenti sul sito: