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Mimmi: e' autrice di un romanzo, acquistabile online a questo link.
Joz: ha pubblicato un libro, che potete trovare a questo link
Caterina: ha attiva una collaborazione con la rivista Mantovachiamagarda
Emmaus 2007: ha pubblicato "Sette Strane Storie","Semplici, Elevati e Krugher" e "8 racconti".
Diego: ha pubblicato una raccolta di racconti, che potete trovare qui.
Maria Cristina: ha pubblicato una raccolta di racconti che potete acquistare qui.
mattiekian: ha pubblicato un romanzo che potete acquistare qui.

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MinimizeFarfalle di morte (seconda parte)
 
   
Location: BlogsI racconti dell'arancione    
Posted by: emmaus 2007 21/02/2008 8.14
....

Non ero mai stato in galera, ma c’è sempre una prima volta, come si dice. Quella di Malpelborgo era proprio piccola, tre celle in croce, di cui una sola occupata, a parte la mia, ma si trattava solo di un ubriaco che stava smaltendo la sbornia. Dopo la trafila della perquisizione, della consegna documenti e della telefonata a casa, con conseguente colpo apoplettico dei miei che comunque mi assicurarono che avrebbero trovato un avvocato; dopo tutto questo, fui lasciato solo coi miei pensieri, steso sulla logora brandina. L’orologio avevo dovuto consegnarlo, comunque non doveva mancare molto a mezzogiorno. Fame, però, non ne avevo.
Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo, nella mia cella entrò un tizio allampanato dai riccioli biondi e gli occhialini, ben vestito. Non l’avevo mai visto prima. Si presentò come ispettore capo Tommasi; io ricambiai col mio nome senza aggiungere altro. Lui prese l’unica sedia che stava vicina al tavolino e, voltatosi verso di me, vi si sedette, fissandomi. Anch’io, mi misi seduto sulla branda, un po’ imbarazzato.
- Come lei saprà, due omicidi si sono verificati da queste parti, ultimamente… - iniziò, con tono fermo, tirando fuori un taccuino - Di cui uno, il primo, lei ne fu lo scopritore.
Annuii.
- Entrambi sono stati, per così dire, realizzati, in modo feroce e disumano, addirittura il secondo col cadavere crocefisso. Solo una mente malata può giungere a tanto.
Annuii di nuovo. Erano cose che sapevo già.
- Lei è un appassionato di farfalle, da quel che mi dicono - riprese lui, scribacchiando - Ed ha una collezione invidiabile.
- Sì, è vero - confermai, senza incertezze - Ho questo hobby.
- E questo hobby la porta a trascorrere buona parte del suo tempo libero nel bosco…
- Se non tutto - puntualizzai - E’ una passione a cui dedico anima e corpo.
- Esatto - annuì stavolta lui, prendendo di nuovo appunti - In tal modo, ha scoperto per primo il cadavere di Giulio Spasenti, l’operaio - levò lo sguardo verso di me - Lo conosceva?
- Di vista, ma non vi avevo mai scambiato parola.
- Strano. Il paese è piccolo…
- Già, ma io sono un tipo abbastanza solitario.
- E’ sposato?
- No. Vivo ancora coi miei.
- Secondo lei, chi può averlo ucciso? - mi fissò dritto negli occhi.
Istintivamente, calai lo sguardo al pavimento. - Non lo so - fui sincero - Ci ho pensato tante volte, ma senza successo. Non sembra avesse nemici, per cui…
Lui rimase silenzioso qualche istante, lapis a ondeggiare sopra il taccuino, poi riprese: - Lei avrebbe avuto di che guadagnarci dalla sua morte?
- Certo che no - risposi prontamente - Come ho già detto, lo conoscevo appena.
- Mai avuto discussioni con lui per donne, denaro, appartenenza politica, altro ancora?
- No. Assolutamente.
- Quindi, quando l’ha trovato già cadavere non l’ha riconosciuto.
Tentennai. - Beh, mi sembrava di conoscerlo… - spiegai - In effetti, era un compaesano…
L’ispettore capo scribacchiò ancora, tenendo il taccuino sollevato in modo che non potessi vedere.
- Di cosa sono accusato? - osai chiedere, tanto non sarebbe peggiorata la mia situazione.
- Omicidio.
- Di entrambi?
- Sì.
Calò il silenzio. Lui andò avanti a mettere per iscritto chissà cosa; io, paziente, attesi.
Da fuori, si udiva imprecare; forse, l’ubriaco si stava riprendendo.
- Non ha un alibi per l’ora supposta del delitto, vero?
- No. Ero nel bosco, da solo. Comunque, non sono stato io ad ucciderlo - fui sincero - Non ne avrei avuto motivo.
Lui non disse nulla, come se stesse facendo a mente chissà quali calcoli complicatissimi. Infine, riprese: - Sa che sul paese sarebbe stata lanciata una maledizione? - mi fissò, coi suoi penetranti occhi chiari.
- Sì, l’ho udita in chiesa, questa storia - risposi - Ne ha parlato nell’omelia Don Luciano.
- Ci crede? Pensa possa essere una storia vera?
- E’ plausibile, come storia intendo - spiegai - Se poi sia saltato fuori qualcosa di soprannaturale, è tutto da vedere.
Lui si tormentò un labbro, fece una smorfia, scrisse ancora qualcosa, quindi tornò a rivolgersi a me: - La seconda vittima, invece, Matteo Cinque, la conosceva?
- Pure lui, solo di vista.
- Ha un alibi per la notte in cui è stato crocefisso e ucciso?
- No. Ero nella mia stanza a dormire.
- Lei vive ancora coi suoi genitori, mi ha detto…
- Sì.
- Loro possono testimoniare che lei era in casa, quella notte?
- Dormono nella stanza accanto alla mia.
- Quindi, lei avrebbe potuto uscire alla chetichella, uccidere il Cinque e rientrare…
- Sì - ammisi - Tecnicamente è possibile. Peccato che non l’abbia fatto, mi sia limitato semplicemente a dormire.
Lui prese nota con cura. - Quindi, pure in questo caso, lei non aveva motivi di rancore o qualche conflitto d’interessi in corso…
Annuii. - Nessun motivo.
L’investigatore prese ancora appunti, quindi, messa la penna a mò di segnalibro, chiuse il taccuino e lo poggiò sul tavolo alle sue spalle. Tornò a rivolgersi a me, braccia conserte e sguardo indagatore.
- Bene - cominciò, in altro atteggiamento - Lei si starà chiedendo in base a cosa l’abbiamo rinchiuso qua. Sicuramente, non solo per delle congetture campate in aria.
Lo stetti a sentire, serio.
- Prima d’arrestarla, abbiamo perquisito con cura la sua abitazione e il suo posto di lavoro - lo fissai muto, aspettando con ansia il resto - Bene, qualcosa è saltato fuori - mi annunciò, fiero - Dal ceppo di coltelli che ha in cucina, ne abbiamo estratto uno che è assolutamente compatibile con le ferite mortali inferte alle vittime. Soprattutto ad una. L’abbiamo esaminato con cura, notando però da subito che, rispetto agli altri, era molto più logoro, più usato. Pare sia stato messo a bollire a lungo, con un mucchio di detersivi, forse per cancellarvi ogni minimo indizio.
- Magari, è semplicemente il coltello che si usa di più… - suggerii.
- I suoi genitori non ne sanno nulla, e comunque hanno sostenuto che li usano tutti più o meno allo stesso modo - insistette, con tono apertamente accusatorio.
- Non mi sembra un così grave indizio a mio carico - ribadii, un po’ seccato - Comunque, vi avete trovato qualcosa?
- La scientifica lo sta esaminando con apparecchiature sofisticatissime - rispose, chiaramente convinto che fossi io il colpevole - A giorni, mi dovrebbero dire qualcosa.
- Ah… - ripresi morale - Quindi sono in galera in base ad un coltello lavato troppo, come se ci fosse scritto il mio nome e cognome, e sotto, a chiare lettere, assassino.
Stava per montarmi una rabbia che a lungo avevo tenuto a freno. Non potevano tenermi dentro in base ad un indizio tanto stupido.
- Non ho finito - socchiuse un po’ gli occhi l’investigatore, tirando la bocca in modo da far sparire le labbra - Abbiamo dell’altro.
- Cosa?
- Nel suo armadietto di lavoro, abbiamo trovato un pantalone ed una maglietta con delle piccole macchie rosse.
- Ci credo - lo schernii - Lavoro nel reparto vernici.
- Si tratta di sangue. Anche quegli indumenti li abbiamo spediti in laboratorio - mi comunicò, con aria di sfida - Ci hanno già detto che si tratta di sangue umano.
- Sarà il mio - ribadii - Mi sarò fatto qualche graffio.
- Oppure, sarà di qualcun altro, magari di qualcuno finito con la pancia aperta in due…
- Non sono stato io, accidenti a lei! - scattai, colmo di rabbia - Perché l’avrei fatto? Cosa ci avrei guadagnato? - balzai giù dalla branda, cominciando ad aggirarmi per la cella come una belva in gabbia - State brancolando nel buio, ecco la verità - proseguii, alterato - Avete bisogno di un colpevole per mettere tutto a tacere, per far sì di non perdere il posto per incapacità! Ecco la verità!
Lui mi lasciò fare, riprendendo il taccuino; non pareva per nulla turbato dal mio sfogo.
- La stampa vi sta già addosso, al minimo passo falso chiederà la vostra testa - seguitai, su quel tono - Già sono passati più di due anni dal primo omicidio - sottolineai, senza arrestare il mio andirivieni - Dovreste darvi una mossa!
Lui levò gli occhi: - Non si preoccupi. Stiamo lavorando - reagì così alla mia provocazione, serafico - Forse è lei che dovrebbe preoccuparsi…
Mi bloccai davanti a lui. - E per che cosa? Non ho fatto nulla!
- Lo vedremo - rispose l’investigatore - Spero per lei che sia innocente, però se il sangue che abbiamo trovato dovesse appartenere ad una delle vittime…
All’improvviso, mi ricordai una cosa: - L’arma del delitto del primo omicidio, l’avete trovata in un tombino davanti alla chiesa, se non sbaglio. Con tanto di impronta - lo fissai, ricambiato. Ne aveva parlato la stampa - L’avete confrontata con le mie?
- Sì - parve per la prima volta un po’ insicuro. Distolse lo sguardo.
- E allora? Corrispondono? - lo incalzai.
- No - disse, a fatica.
Sospirai soddisfatto, tornando a sedermi. Dopo un po’, aggiunsi acido: - Mi avete rinchiuso senza uno straccio di prova. Chiederò al mio avvocato di avviare immediatamente l’istanza di scarcerazione - comunicai le mie intenzioni - Non potete tenere in galera un innocente.
- Lo vedremo - disse lui, prima di rimettere la sedia a posto e lasciare la cella.
Tornai a coricarmi sulla brandina, ma avevo talmente tanta rabbia in corpo da sentirmi come steso su di un letto di chiodi. Era una sensazione che raramente avevo provato, e devo dire che faceva davvero star male. Mi sentivo angosciato, frustrato, nell’impossibilità di ridare ordine alla mia vita. Non potevo far altro che aspettare, ma non era sicuramente una cosa facile, in un posto ove il tempo si ferma.
Il resto della giornata, eccetto che per la visita dei miei genitori, che cercarono d’infondermi fiducia, e quella del mio avvocato, che mi assicurò avrebbe fatto il possibile per tirarmi fuori da lì il più presto possibile, trascorse lenta e monotona. Dalla finestrina con sbarre, avevo uno splendido panorama sul muro del palazzo di fronte, una cosa talmente angosciante che rifuggivo immediatamente con lo sguardo se sbadatamente finiva lì. Il carceriere, un tizio grassoccio perennemente sudato, goffo da far paura, mi servì pranzo e cena, e poco ci mancò che entrambe le volte facesse finire a terra i piatti. Va bè che non mi sarei perso nulla, considerata la sbobba che assurgeva al titolo di cibo.
La sera, però, venne a farmi visita Don Luciano, il parroco del paese. Non so come riuscì ad ottenere il permesso; forse, a lui era concesso far visita ai galeotti per aiutarli moralmente e magari per rassicurarli che almeno Dio non si era scordato di loro.
Dopo essere entrato nella cella, col carceriere che lo chiuse dentro con me a doppia mandata, mi chiese come andava, mettendosi seduto sulla branda.
- Cosa vuole, sono qua… - replicai, fianco a lui. Non è che lo avessi frequentato molto, qualche messa ad accompagnare i miei, qualche funerale e nulla più.
- La vita, a volte, ci mette di fronte a prove severe - iniziò, da dietro i suoi occhialoni, con voce piena, da oratore - Ma non dobbiamo perderci d’animo, una via d’uscita c’è sempre…
Annuii. Mi parve di tornare ragazzino, quando dovevo confessare i miei peccati ed ottenere l’assoluzione in cambio di qualche preghiera.
- Il buon Dio ti guiderà, ti illuminerà la strada - seguitò in quel tono - Anche se le difficoltà paiono insormontabili…- fece una pausa, per posarmi una mano sulla spalla - Sei innocente? - mi chiese, tranquillamente.
- Sì - risposi - Non ho ucciso nessuno.
In quell’istante, pensai che ci potessero essere dei microfoni nella cella e che il prete venisse utilizzato dai poliziotti per estorcere confessioni, ma come mi venne quel pensiero, lo scartai. Don Luciano non pareva il tipo.
- Quello che è accaduto nel nostro paese è grave, molto grave - riprese il parroco - La morte ha colpito con ferocia, gettando nel dolore e nell’angoscia tutta la comunità…
Pensai stesse per ripetere il sermone udito in chiesa, invece m’accorsi subito che intendeva cambiare registro. Notai dell’imbarazzo. Ritirò la mano che aveva posato sulla mia spalla, quindi girò la testa verso il muro di fronte, fissando qualcosa d’invisibile.
- Può la morte avere risvolti positivi? - mi chiese, o si chiese - Può un avvenimento tanto nefasto, riservare delle sorprese che alla lunga possano ricondursi al disegno imperscrutabile di Dio, al suo progetto di redenzione dell’umanità?
Non seppi cosa dire, assolutamente stupito.
- Vedi, il demonio agisce su questa terra, senza alcun dubbio, e devo dire che il suo perverso compito gli riesce meglio se lo può fare di nascosto, subdolamente. Quando invece, con un avvenimento eclatante, si giunge allo scontro frontale, forze del bene contro forze del male, Dio contro Satana, allora lì l’ago della bilancia può pendere verso di noi, verso la luce. I due feroci delitti hanno seminato il terrore nel nostro paese, è vero, ma pure un ritorno alla fede, alla chiesa, ai sacri dogmi dei vangeli - cominciò ad infervorarsi - La gente è tornata in massa ad assistere alle funzioni religiose, è tornata a pregare, a far digiuni e penitenze. In un mondo tanto consumista, senza più valori se non il dio soldo, orientato all’ateismo senza ritorno… - ragionò - Ripeto, non è che le due vittime abbiano contribuito, con le loro vite, a ripristinare dei credo che si andavano perdendo? Sono dei martiri, certamente, ma la chiesa ha indubbiamente bisogno di martiri per diffondere la verità. Senza di essi, forse, se non sicuramente, la parola di Dio perderebbe di efficacia…
Non capivo bene dove volesse andare a parare, quale messaggio si celasse dietro le sue parole, ma ero più che sicuro che un messaggio ci fosse. Era sempre più preso dalla sua oratoria, sempre più pregno del sacro fuoco della fede. Lo lasciai fare, anzi dire, sempre più incuriosito. Gli ero comunque grato di riuscire a farmi dimenticare, anche solo per qualche momento, i gravi problemi che mi crucciavano.
- La seconda vittima, quel brav’uomo di Matteo Cinque, è stato pure crocefisso - seguitò a parlare, rosso in volto, in tono da invasato - Crocefisso - si rigirò in bocca quella parola, gustandosela - Il significato è notevole, indubbiamente. Un chiaro attacco a nostro Signore - la voce si fece dura - Ma, attenzione! Ecco che allora l’esercito del bene si mette in moto, sconfiggendo l’apatia, l’indifferenza, il lasciar correre. Non si può più essere fedeli di serie B, lasciare andare le cose come vanno, far finta che il demonio non allunghi i suoi artigli per ghermirci! E’ ora di combattere! - quasi urlò - Nessuno si potrà tirare indietro!
Si sollevò dalla branda, di scatto, e si piazzò davanti a me, fissandomi. I suoi occhi erano due pozzi senza fondo, luccicanti di pazzia.
Cominciai ad aver paura, anche se sapevo che a pochi metri stavano almeno due poliziotti. Non riuscivo a dir nulla, anche perché, se ci fossi riuscito, non avrei saputo proprio cosa dire.
- Ti ho notato in chiesa, l’altro giorno, in compagnia di tua madre - disse, come se mi avesse visto far qualcosa di male - Ho pure notato con quale interesse hai seguito la storia della maledizione. Ti ha appassionato, non è vero?
Annuii.
- Quindi, ti sarai chiesto se è vera…
Annuii ancora.
Lui sorrise, ma mi parve un ghigno. - E’ vera. Verissima - non mi mollava per un istante gli occhi - Dirò di più. S’è verificata di nuovo.
Aspettò una mia reazione, ma io celai abbastanza bene ogni mio sentimento, riuscendo a non abbassare gli occhi.
- Mi fiderò di te. Ho voglia di confidarmi con qualcuno, qualcuno che possa capirmi, anche perché, forse, tu sei nei guai per colpa mia…
Ero sempre più preso dalle sue parole, quasi ipnotizzato dal suo sguardo di fuoco.
- Magari, il carcere non è il posto più adatto, ma le vie del Signore sono infinite, come si dice - seguitò, mani in perenne movimento a sottolineare le parole - Bene - parve aver preso una decisione. Il suo sguardo tornò a perdersi nel vuoto, come se stesse rivedendo delle immagini che solo lui potesse vedere - Fu un peccato di gioventù. Dopo, non ne commisi più, ma quella volta caddi - la sua voce si era fatta tranquilla, come se stesse per realizzare il suo desiderio supremo, come se un peso si stesse finalmente levando dalla sua coscienza - Avevo vent’otto anni, ed indossavo la tonaca da poco più di tre. Ero un buon prete, come tanti altri, ma la carne fremeva ancora sotto la mia veste - scosse il capo, con disappunto e rammarico - C’era una parrocchiana che avevo capito non indifferente al fascino esercitato dal mio giovane aspetto, e pure morbosamente attirata dal mio essere una persona costretta alla castità. Il diavolo e l’acquasanta, come si dice. A lungo resistetti, affidandomi al Dio onnipotente, poi capitolai. Ne scaturì una relazione che durò qualche tempo. Riuscendo a mantenerla segreta, non avremmo avuto problemi a troncarla, o a prolungarla, se non ché lei rimase incinta.
- Come Don Ariosto, quello della maledizione… - osservai.
- Esattamente. Stavo percorrendo, passo passo, tutta la vicenda del mio predecessore. La ragazza aveva i capelli rossi, ed era davvero carina. Mi era molto difficile, se non impossibile, troncare con lei - seguitò a spiegare, perso nei ricordi, braccia finalmente conserte.
Mi chiesi quanto tempo ancora potesse rimanere; non avrei certo voluto perdermi il finale, troncato sul più bello dal ritorno del secondino.
- Quando mi disse di aspettare un bambino, come puoi immaginare, fu una cosa sconvolgente. Se il clero e i miei compaesani fossero venuti a saperlo, la mia vita e la mia carriera nelle fila della chiesa, ne sarebbero uscite distrutte - spiegò - La scongiurai di non rivelare il nome del padre, ricorrendo a quanto era in mio potere per convincerla. Le promisi pure che l’avrei assistita economicamente, a costo di vivere a pane ed acqua. Lei, che era comunque innamorata di me, accettò quel patto così gravoso. Ammirai la sua forza d’animo. Dopo nove mesi, venne al mondo un bambino, a cui venne messo il nome di Giulio. La sua nascita venne registrata col solo nome della madre, la quale madre ebbe uno spirito sovrumano nel non fare mai il mio nome. Tutto filò liscio fino a pochi anni fa; il bambino era nel frattempo diventato un uomo, così come io e sua madre due vecchietti - ridacchiò, ma senza allegria - Lui, Giulio, non sapeva certo che fossi io suo padre, in quanto durante la crescita l’avevo frequentato poco per non destare sospetti. Un paio d’anni fa, però, come dicevo, cominciarono i problemi. La mia vecchia amante, a causa della crisi economica, perse il lavoro, ed allora iniziò a pretendere che i miei contributi, che non avevo mai cessato di erogare, si facessero più sostanziosi. Ogni mese, chiedeva di più. Io, in un primo momento, riuscii a soddisfare le sue richieste, poi mi trovai in serissima difficoltà. Non navigavo certo nell’oro. La sua insistenza prese ad ossessionarmi, finché un giorno le feci capire che più di tanto non le avrei potuto dare. A quel punto, minacciò di rivelare a tutti il nome del padre del suo bambino, ormai diventato uomo. Fu una mazzata tremenda. Mi sentivo un topo in trappola.
Tornò a sedersi, come senza forze, fianco a me. Rivivere quei momenti, era sicuramente doloroso per lui. Ne provai pena.
Con la testa fra le mani, riprese: - Pensai d’impazzire. Non avevo nessuno con cui confidarmi. Il peso che mi opprimeva era un macigno che minacciava ogni istante di schiacciarmi. Dovevo trovare una soluzione. Lei non faceva passare giorno senza venire da me a ricattarmi. Ormai, la sua costante presenza faceva insorgere i primi sospetti, sottolineati dal mio anomalo comportamento. A fatica, riuscivo a svolgere le mie mansioni, con il pensiero sempre fisso sulla spinosa faccenda. Da un momento all’altro, lei avrebbe potuto raccontare tutto alla stampa, scatenando l’inferno. Dovevo agire, fare assolutamente qualcosa. Ma cosa? - seguitò a narrare - Siccome la notte ormai non dormivo più, avevo preso l’abitudine di vagare come un’anima dannata nel bosco, alla ricerca di una soluzione che non veniva. Un mattino presto, però, percorrendo un sentiero, intravidi una sagoma che immediatamente riconobbi: Giulio, mio figlio. Stava cercando funghi. Senza farmi vedere, come un forsennato tornai alla canonica e afferrai il coltello più robusto che vi trovai.
Il cuore mi mancò un battito. Potevo immaginarmi il resto. Ecco chi aveva ucciso Giulio Spasenti. E si trovava chiuso in cella con me!
Il sacerdote proseguì: - Corsi di nuovo nel bosco, nascondendo il coltello sotto la veste. Avevo deciso, nulla mi avrebbe fermato. Trovai mio figlio più o meno dove l’avevo lasciato e, con la scusa di scambiare qualche parola, mi feci vicino. Subdorò forse qualcosa, dalla mia aria sconvolta, ma ormai era troppo tardi. Gli infilai il coltello nella pancia, uccidendolo sul colpo.
Si zittì, sguardo a terra. Confessare quel che aveva fatto, doveva essere mostruosamente difficile. Era umiliato, distrutto. Io non dissi nulla, sconvolto da una tale rivelazione.
- Il coltello non voleva più venir fuori, ecco perché la ferita risultò così larga - seguitò a spiegare - Quando riuscii a levarlo, corsi via, raggiunsi la sacrestia, lavai il coltello meglio che potei, più volte, infine lo buttai in un tombino.
- Dove venne poi ritrovato…
- Sì. Nessuno mi vide, era ancora mattino presto. Tornato dentro, mi cambiai la veste, bruciando quella macchiata di sangue nel camino, quindi, finalmente, mi sedetti a pensare a quello che avevo fatto.
- Perché ha ucciso lui e non la madre? - mi venne spontaneo chiedere - In fondo, era lei che la ricattava. Lui non sapeva nemmeno d’essere suo figlio…
- E’ vero. A logica è così - ammise lui, riuscendo a trovare la forza di guardarmi negli occhi - Ma io ero ossessionato da un’altra cosa, dalla maledizione che il mio predecessore aveva scagliato sul paese. Come ho detto prima, stavo ripercorrendo esattamente tutta la vicenda. Era una coincidenza che mi tormentava, e che in fondo volevo assolutamente si ripetesse…
- Così lo uccise, anche perché aveva i capelli rossi, come il figlio di Don Ariosto…
Ci pensò su un attimo. - Può darsi, può darsi… - annuì - Sicuramente, incise anche quello, così come non ho dubbi che il demonio guidò la mia mano, dopo avermi ottenebrato la mente. Ho commesso un delitto atroce, cui dovrò rispondere a Dio, così come Don Ariosto, è vero…
Udimmo la chiave girare rumorosamente nella toppa. La porta si aprì. Era il carceriere, sudato: - Don Luciano, tra poco la dovrò far uscire. S’è già trattenuto a lungo.
- Va bene. Pochi minuti ancora.
Attese che la porta si richiudesse, poi mi chiese un bicchier d’acqua. Si servì da solo al tavolino. Infine riprese: - E’ vero che compii un delitto atroce, ma questo gesto permise alla gente di riavvicinarsi alla chiesa, a Dio. Dal male può nascere il bene. Nel torpore di tutti i giorni, coi mille pensieri futili che assiepano la nostra mente, la fede vacilla, s’affievolisce, tende a scomparire. Invece così, con uno shock del genere, Dio ritorna ad essere il punto focale della nostra esistenza. In un certo senso, ho sacrificato la mia anima, oltre al povero Giulio, al fine di redimere tutti gli altri - seguitò a spiegare, ormai avvolto dalle prime ombre della sera - Forse ne è valsa la pena…
- La madre di Giulio morì davvero di crepacuore o …? - ricordavo quella tragedia nella tragedia.
- Sì, sì. Andò proprio così - mi confermò - Quando venne a sapere come era stato ucciso suo figlio, il suo cuore non resse. Fu un colpo di fortuna per me, indubbiamente. In tal modo, spariva l’unica persona che potesse fare da collegamento tra la vittima e me. Evidentemente, Dio aveva condiviso il mio piano di redenzione, aiutandomi - farneticò - Il sacrificio di uno per la salvezza di tutti. La Bibbia è piena di avvenimenti del genere. E poi, contro le maledizioni c’è poco da fare. Giulio era il frutto del peccato, un’anima dannata. Se proprio qualcuno dovette essere sacrificato, mi sembrò più che giusto fosse toccato a lui.
Non ebbi dubbi che la pazzia si fosse impossessata di quell’uomo. Mischiava la religione col fanatismo e le maledizioni, ottenendo un risultato a dir poco esplosivo.
Seguitò a parlare, esponendo teorie sempre più azzardate, nel quale lui figurava quasi come un nuovo messia.
Finalmente, il secondino riapparve una seconda volta, e Don Luciano fu costretto ad andarsene.
A quel punto, sperai davvero che la conversazione fosse stata registrata, ma decisi di non attendere, di non correre rischi. Mandai a chiamare l’ispettore capo Tommasi, con la promessa di importanti rivelazioni.
Arrivò nel giro di una mezz’ora, col suo inseparabile taccuino. Gli raccontai tutto quello che avevo udito raccontare dal prete, cercando di non omettere alcun particolare.
- Le sue impronte digitali sono sul bicchiere - lo indicai, sul tavolo - Vi ha bevuto pochi minuti fa. Le potete controllare con quelle sul coltello ritrovato nel tombino. Coincideranno - sentenziai.
La notte dormii male, disturbato da incubi spaventosi. Udivo anche delle sirene, del trambusto, senza bene capire se fosse solo nella mia mente o invece fossero suoni provenienti dall’esterno. L’indomani mattina, col sole che iniziava a fatica a farsi strada dal finestrino, l’addetto ai prigionieri mi portò la colazione, caffelatte con fette biscottate. Me la mise in malo modo sul tavolo, poi, con una strana espressione in volto, mi disse: - Ha appena fatto in tempo a confidarsi con Don Luciano. Stanotte ha appiccato fuoco alla chiesa. E’ bruciato pure lui. L’hanno tirato fuori i pompieri ormai irriconoscibile, poveraccio…
La maledizione s’era avverata fino al tragico epilogo, anzi, era stato Don Luciano a fare in modo che andasse proprio così. O forse, non aveva più retto al rimorso per quello che aveva fatto. Mi sentii in un certo senso sollevato. Per la prima volta da quando ero rinchiuso lì, ricominciai a pensare alle mie farfalle.
Rimasi in carcere ancora un paio di giorni, poi venni scarcerato. A quel momento fatidico, non mancò di presenziare l’ispettore capo Tommasi, con aria mogia.
Ci trovavamo nel corridoio sul quale si affacciano le celle, quando iniziò: - Mi devo scusare… - mi porse la mano che non ebbi nessuna difficoltà a stringere - E’ stato un brutto equivoco, del quale lei, purtroppo, ne ha fatto le spese…
- Tutto è bene ciò che finisce bene… - gli sorrisi.
- Le impronte che avevamo in archivio, quelle inerenti il primo omicidio, in effetti erano proprio quelle di Don Luciano - mi spiegò - Non avevamo sospettato di lui, anche perché non aveva mai dato segni di squilibrio mentale, e così è riuscito a farla franca per tutti questi anni. Meno male che si è confidato con lei prima di immolarsi con la sua chiesa, tanto per restar fedele alla maledizione…
- Che brutta storia… - commentai - Non vedo l’ora di tornare alle mie farfalle…
- Ne ha ben diritto - fece lui, cominciando ad avviarsi tranquillo con me verso l’uscita - Ah, dimenticavo - si fermò, levando un dito - Abbiamo fatto esaminare i suoi abiti, come le avevo preannunciato, quelli con le macchioline di sangue. In effetti, corrisponde al suo.
- Mai dubitato - risposi - Mi sarò graffiato al lavoro. E il coltello logoro?
- Tutto okay anche quello. Solo tracce di cipolla e insalata…
Ridacchiammo, riprendendo ad avanzare verso la luce.
Una volta fuori, trovai i miei genitori ad accogliermi, felici. Per loro, come per me, era la fine di un incubo.
(continua)
Copyright ©2008 emanuele tavola
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Comments (3)   Add Comment
Re: Farfalle di morte (seconda parte)    By Bernardo d'Aleppo on 23/02/2008 11.49
Beh, ma allora bari!
Io mi sono impegnato e tu avevi già pronto il seguito!
Allora ti faccio le pulci:
"Di cui uno, il primo, lei ne fu lo scopritore." ?
BdA

Re: Farfalle di morte (seconda parte)    By emmaus 2007 on 23/02/2008 13.31
Mi spiace per l'equivoco, anche perchè non era nelle mie intenzioni iniziali far finire il mio scritto in "Quattro mani", ma semplicemente farvi diventare detective...
per la frase riportata, hai perfettamente ragione. E' un po' contorta e infelice, vi porrò rimedio. Grazie Bernardo! Ciao!
p.s. comunque, per il finale, ci puoi provare...

Re: Farfalle di morte (seconda parte)    By Bernardo d'Aleppo on 29/02/2008 19.41
Ho finito di leggerlo e fino a qui devo rinnovarti i complimenti!
Ma toglimi una curiosità: la pubblicazione a puntate è un escamotage psicologico per non scoraggiare con la lunghezza di un testo?
saluti
BdA


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