di
Bernardo d'Aleppo
Verbale
della dichiarazione spontanea resa da (omissis) il 1° novembre
1993 al maresciallo (omissis) presso la stazione dei Carabinieri di
(omissis).
"Ieri
31 ottobre 1993, verso le diciotto, si sono presentati al campeggio
dove lavoro due uomini molto simili, che sembravano gemelli,
dell'apparente età di quaranta anni, a bordo di un furgone,
chiedendomi di poter pernottare nel campeggio. Alla mia risposta che
il campeggio aveva chiuso proprio quel giorno, mi hanno allora
chiesto di potersi fermare nel parcheggio esterno, cosa che ho
permesso, raccomandandogli solo di non accendere fuochi nel bosco.
Il
mattino successivo, poco dopo l'alba, facendo il mio solito giro di
perlustrazione dei dintorni, ho visto uno dei due che si muoveva sul
greto del torrente; avvicinatomi ho potuto notare che era nudo e che
stava raccogliendo vestiti e scarpe che erano sparsi al suolo intorno
ai resti di un fuoco. Pensai che si fosse fatto un bagno nel torrente
e me ne tornai al lavoro. Stavo sistemando la tettoia della
direzione, il furgone era a pochi metri e ho notato, poco dopo,
l'uomo del bagno ritornare, vestito ma con altri vestiti in mano; gli
ho allora chiesto se stava facendo uno scherzo al suo amico e quello
ha cominciato a ridere, che non si teneva più. Io sono rimasto
insospettito da tutto quel ridere e dal fatto che prima non avevo
visto quell'altro, perciò sono tornato sul torrente e non
trovando nessuno, sono tornato di nuovo alla direzione ed ho
osservato di nascosto l'uomo, che in poco tempo si è preparato
ed è partito da solo. Dato che quella è l'unica strada
per risalire dal fondovalle alla provinciale mi sono chiesto che fine
avesse fatto l'altro, mi è allora venuto in mente che il tizio
era tornato dal bagno con le scarpe ai piedi ed un paio di scarpe in
mano, è chiaro che nessuno può girare scalzo in un
bosco di castagni in autunno, per questo che sono venuto a fare la
presente denuncia di scomparsa."
Dal
Verbale dell'interrogatorio del signor (omissis) effettuato dal
maresciallo (omissis) presso la stazione dei Carabinieri di
(omissis).
Alla
richiesta di informazioni sulla persona che il 31 ottobre 1993 si
trovava in sua compagnia presso il campeggio (omissis) in località
(omissis) e su dove si trovi ora tale individuo il convenuto risponde
quanto segue:
"
La fine di novembre dell'anno scorso: una mattina (era un po' che mi
sentivo male, dentro e fuori ) mi vidi nello specchio come gonfio,
cominciai a pensare che forse bevevo troppo e per qualche giorno mi
riguardai. Fu solo dopo qualche settimana che notai, pettinandomi,
che la fronte mi sembrava si fosse allargata, ma era un periodo in
cui i problemi che avevo mi pressavano a tal punto che non avevo
tempo per altro; nel giro di poco tempo però cominciai a
notare anche altre cose: il naso mi si era allargato, gli occhi si
erano forse allontanati. Fu allora che una notte ebbi un flash: mi
stavo dividendo in due come un'ameba; mi alzai subito a controllare
questa ipotesi come potevo e alla luce della lampada della scrivania
mi esaminai per bene il viso con lo specchio concavo e potei vedere i
peli del viso che si scontravano in mezzo alla fronte invece di
dividersi. Al contrario si vedevano due zone di spartizione mezzo
centimetro a destra e a sinistra della linea di scontro, cominciai a
controllarmi tutto e potei vedere che il processo sembrava avanzare
dall'alto verso il basso, già alla radice del naso la distanza
tra le due linee di spartizione era minore, poi sul naso non si
poteva più seguire, ma era chiaro che il mio naso si era più
allargato alla radice che non in punta.
Capirete Maresciallo che
non riuscii a dormire quella notte, dei mille pensieri che mi tennero
sveglio vi dirò solo le conclusioni: decisi di parlarne con il
mio ex medico di Milano (un amico di vecchia data); avuto conferma
che non sapeva che pesci pigliare e mi proponeva pericolose analisi
invasive, decisi di nascondermi ad aspettare che questa mia
metamorfosi si compisse. Non sapevo cosa mi stesse succedendo in
realtà, sapevo che mi stavo allargando ma, anche se ci avevo
pensato, non ero ancora pronto a riconoscere che mi stavo dividendo.
Un
pensiero mi angustiava: se ciò che mi stava accadendo fosse
diventato di pubblico dominio sarei diventato oggetto di inchieste
giornalistiche o televisive, di curiosità, sarei forse stato
braccato da fotografi e intervistatori! Dove andare a passare il
tempo finché la situazione non si fosse stabilizzata? Finché
questa mostruosa espansione laterale non si fosse fermata?
Decisi
per la casa dei miei al mare, aveva un giardinetto cintato da un alto
muro e nel paese io non frequentavo nessuno o quasi.
Dissi
ai miei che mi sarei assentato per lavoro e partii; in poco tempo mi
organizzai con provviste per qualche mese, per fortuna non faceva
caldo e molte cose avrei potuto tenerle al fresco nel sottoscala, mi
attrezzai anche di libri e films per la tv e cominciai il mio lungo
travaglio, per la verità non sapevo ancora che si sarebbe
trattato di un parto, sia pure in senso lato.
Mi presi quel
periodo inizialmente come una vacanza, anche se misuravo più o
meno empiricamente la mia espansione due volte al giorno. Pensai
anche, per qualche giorno di essermi sbagliato dato che i cambiamenti
quotidiani erano minimi, ma era chiaro, confrontandomi con la foto
della patente, che ero mostruosamente cambiato.
In
capo a dieci giorni dal mio arrivo avevo un solco sulla sommità
della testa e lungo il naso. Avevo anche difficoltà a valutare
le distanze degli oggetti, tutto mi sembrava più vicino di
quanto non fosse. Il processo a questo punto si accelerò in
misura sconvolgente: avevo una fame formidabile, aumentavo di quasi
un chilo al giorno, temevo che la provviste finissero prima del
previsto.
Poco tempo dopo anche sul petto l'andamento dei peli mi
evidenziò un allargamento e cominciai a misurarmi
quotidianamente il torace. Avevo problemi di equilibrio ed il
camminare mi costava uno sforzo di concentrazione e di volontà,
quindi mi attrezzai, in vista di un peggioramento, trasferendo in
bagno il letto ed il frigorifero. Mi era sempre sembrato così
assurdo quel bagno: più grande della cucina, con lo
scalda-acqua a legna, la stufa di cotto, la madia della bisnonna, il
guardabiancheria, la vasca di ghisa con i piedi ferini e in mezzo lo
spazio per un tango; ora invece era provvidenziale.
Riuscii anche
a vedere la tv riflessa in uno specchio strategicamente collocato, ma
devo dire che oramai non mi interessava più tanto: i
cambiamenti erano così veloci che le misure che facevo al
mattino già dopo sei ore erano inesatte, intanto io cominciavo
a sentirmi confuso e non riuscivo a coordinare le due mani, anche
mangiare era un problema.
Oramai
mi spiavo nello specchio con un misto di ripugnanza e di
fascinazione: mi si stava creando tra i due nasi il terzo occhio, la
bocca era spaventosa: a doppia v, dovevo ad ogni boccone decidere in
quale esofago mandarlo, anche se non capivo bene questa cosa, dato
che avevo ancora un solo ano, sia pure allargato.
Che
fatica era cagare! Non riuscivo più ad alzarmi dal letto e
infilare, togliere, svuotare la padella era un'impresa. Fu proprio
durante una di queste incombenze che mi accorsi che anche il pisello
mi si stava dividendo, oramai aveva già due buchini ed una
specie di terzo testicolo mi stava crescendo tra i soliti due.
I
cambiamenti si facevano sempre più veloci, ma la mia fretta di
finire questa metamorfosi si faceva sempre maggiore quanto più
essa andava avanti; infatti dovetti rendermi conto ad un certo punto
che non ero più solo, eravamo due e questa sovranità
limitata sul mio corpo mi faceva, a volte, sentire legato come una
mummia. Man mano perdevo il controllo automatico degli organi del
lato destro del corpo, che stavano passando sotto la Sua
giurisdizione, mentre il lato destro del mio cervello, che doveva
controllare il lato sinistro, era ancora in formazione ed aveva
collegamenti che spesso andavano in corto: ero un po' come un
neonato, una parte del mio cervello doveva ancora completare e
organizzare le connessioni con gli organi di competenza.
La
mia testa aveva tre occhi e allo specchio riconoscevo il suo occhio
come "un estraneo", ma a volte vedevo con un solo occhio e
in questi momenti allo specchio Lui aveva un viso intero ed io un
solo occhio: ero io che stavo nascendo nel suo corpo, ero l'ospite.
Fare
delle cose era difficile, come le stavo dicendo, perché, per
comandare gli organi ancora collegati ad ambedue, c'era competizione
tra i nostri nervi, fu allora, credo, che cominciai ad avere attriti
con Lui, cercava di avere il sopravvento solo per mangiare e per
schiacciare il telecomando, poi quando c'era da lavarsi, pulirsi
intorno o cucinare, quel poco che riuscivo a fare dal letto, Lui
dormiva e faceva fare a me, salvo poi appunto svegliarsi, quando era
pronto e ben riposato e fare di tutto per cacciarsi in bocca il cibo
dalla sua parte. Per fortuna il processo stava sempre più
accelerando e questa condivisione del viso terminò in meno di
un mese e mezzo dall'inizio del mio ritiro.
Fu estremamente
imbarazzante quando le mascelle si separarono lasciandoci attaccati
per le guance... Ma vedo Maresciallo che queste vicende non la
interessano, no la prego non si scusi, ha ragione: cercherò di
attenermi più ai fatti che alle sensazioni.
Quando
potemmo parlare liberamente decidemmo i turni per l'uso degli organi
ancora comuni e, a parte il periodo estremamente delicato della
separazione dei bacini, la cosa più pesante fu che nessuno di
noi ne poteva più di stare chiuso in bagno, con tutta la
spazzatura che attirava le formiche dal giardino e con gli scarafaggi
che giravano impuniti. La nostra forzata immobilità era dovuta
alla difficoltà di muoverci insieme per non farci del male
nelle parti comuni; era già così difficile e faticoso
rotolarsi periodicamente a destra e a sinistra per evitare
l'insorgere di piaghe da decubito che non avevamo la forza di fare
altro.
Fu
meraviglioso, quando potemmo parlare, il nostro scoprirci; passammo
ore ed ore...Mi scusi divago ancora.
Dopo
la divisione della testa, che aveva impiegato circa due mesi e mezzo
a completarsi, il processo accelerò fino a raddoppiare il
ritmo di accrescimento ed in capo a un altro mese eravamo uniti solo
dall'anca in giù, pur avendo ormai quasi due gambe a testa.
Ecco, quell'ultima settimana che ci portò all'indipendenza fu
di estrema insofferenza reciproca, ormai anche la curiosità si
era acquietata ed il desiderio di provare i nostri nuovi corpi era
faticoso da tenere a bada.
Ci
staccammo di notte, involontariamente, oramai eravamo uniti solo per
i malleoli ed evidentemente uno di noi fece qualche brusco movimento
nel sonno e ci svegliammo con ancora un brandello di pelle che ci
univa e la carne viva malamente strappata e dolorante; completammo la
divisione con delle forbicine ed era questa cicatrice, che avevamo su
due caviglie diverse, l'unica differenza che si poteva notare tra
noi, a parte lo sguardo.
Cercammo
di alzarci subito, volevamo uscire da quel porcaio, ma non riuscimmo
stare in piedi senza appoggiarci, ci limitammo così a
percorrere sottobraccio il corridoio due o tre volte e poi esausti ci
coricammo nella camera dei miei (nostri?) genitori, su due letti
distinti, godendo della libertà di girarci a piacimento;
praticamente quella notte non chiusi occhio.
Grazie
maresciallo ma non bevo caffè, se potessi avere una bibita...
Grazie, molto gentile.
Ora volevamo uscire ma c'era un problema:
naturalmente non avremmo potuto uscire insieme, anche se non
frequento quasi nessuno, di vista ci si conosce tutti nei paesi e non
potevo comparire a quarant'anni con un gemello. Comunque ci
organizzammo: uscivamo uno alla volta e poi ci facevamo un resoconto
degli incontri, intanto nel giro di qualche giorno prendemmo vigore e
sicurezza.
Come risolvere però il problema dei documenti,
dei rapporti con gli altri, eccetera? Io già da qualche mese
stavo a settimane alterne a Milano e a Trieste. A Milano abitavo
presso i miei genitori e aiutavo mio padre ad assistere mia madre
affetta da demenza senile e a Trieste stavo con Dora, la mia donna ;
il mio lavoro non ne risentiva particolarmente, infatti dipingo icone
e ne avevo sempre due in lavorazione: una qui ed una là.
All'inizio
mi sembrò di toccare il cielo con il dito: potevo stare con
Dora senza dovermi sentire in colpa ogni settimana quando dovevo
partire, basta telefonate dalle quali capivo che, in qualche modo, mi
faceva una colpa di non esserci perché aveva dei problemi ed
io la lasciavo sola di fronte ad essi; e basta lacrime dei miei ogni
volta che partivo da Milano, che ogni volta sembrava sarebbe stata
l'ultima volta che li avrei visti.
Io
e Lui ci scambiavamo il posto ogni due settimane senza che nessuno se
ne accorgesse: ci riferivamo le cose essenziali e poi ci salutavamo
come fratelli, stavamo bene insieme. Solo dopo qualche tempo e con
molta cautela, prima un amico, poi Dora, poi mia(nostra?) sorella
prendendo il discorso alla larga cominciarono ad insistere perché
ci facessimo vedere dal neurologo per la nostra smemoratezza. Era in
effetti impossibile ricordarsi tutte le cose dette o ascoltate da
ciascuno e riferirle all'altro: così amici e parenti
cominciarono a pensare ad una forma precoce di Alzheimer. Ci trovammo
così a dover fare una scelta di tipo definitivo tra noi.
Dopo
estenuanti discussioni ci rimettemmo alla sorte ed io mi trovai fisso
a Milano mentre a Lui toccò rimanere a Trieste. Risolvemmo
così i problemi pratici, ma ne sorsero di psicologici: io ero
tagliato fuori da qualunque rapporto con Dora e da una città
che cominciava a piacermi, mentre Lui rimaneva escluso dai rapporti
con familiari ed amici di lunga data.
In
realtà dei problemi ci accorgemmo dopo qualche tempo e così
a qualche mese dalla divisione delle "competenze" prendemmo
a vederci a metà strada. Passavamo delle mezze giornate a
parlare e poi tornavamo alle nostre case un poco più "interi".
Fu
lentamente, nel giro di qualche mese, che ci rendemmo conto
reciprocamente di come in noi due prevalessero diversi aspetti delle
nostre personalità. Con una sfumatura di disagio mi resi conto
che Lui accantonava quasi del tutto la razionalità, viveva
tutto in una maniera estremamente emotiva e sempre di più,
nelle discussioni che avevamo, mostrava di non avere voglia, o
addirittura capacità, di affrontare i problemi dei rapporti
con gli altri che in chiave di amore o odio; prendeva qualunque
critica come un attacco personale ed era sempre più in crisi
nel suo rapporto con Dora. Io, invece, sempre meno facilmente mi
facevo prendere dallo sconforto, nel vedere il degradarsi quotidiano
delle condizioni mentali di mia madre, cosa che prima mi accadeva con
una certa frequenza; stavo sempre più chiudendomi nel lavoro,
anche perché avevo grosse difficoltà creative e dovevo
applicarmi ore ed ore per trovare delle ...
Ha
ragione Maresciallo si sta facendo tardi ed io divago rispetto a
quelle che sono le sue aspettative, lei vuole sapere come, dove e
quando, il perché per lei è secondario...ma...
Bene!
Una volta, parlando, ci rendemmo conto che entrambi avevamo estrema
necessità di ritrovare quella parte dei nostri rapporti cui
avevamo rinunciato per l'altro e, dopo lunghe discussioni, decidemmo
di scambiarci per un fine settimana.
Ritrovai
così Dora ed una parte di me che mi sembrava distante mille
miglia ma, prima che potessi sciogliere quel grumo denso di
sensazioni che stavano affiorando, mi resi conto che lei stava male,
che c'era qualcosa nel loro rapporto che la faceva soffrire, che
profondamente la feriva, passammo quasi tutto il tempo a parlare di
questa impossibilità di franco confronto che lei pensava io
rifuggissi. Fu bello e pregnante anche se faticoso, poi dovetti
ripartire.
Mi
trovai con Lui a Venezia e lo trovai sconvolto per la situazione dei
miei (nostri), non riuscii granché a tranquillizzarlo in quel
poco tempo e tornai a Milano preoccupato. A Milano la situazione era
pesante: mio padre era teso, intimidito e ferito dalle critiche che
"io" gli avevo fatto riguardo al suo modo di trattare la
mamma, mia madre era tutta agitata, a causa delle accese discussioni
tra "me" e mio padre, e mi guardava con soggezione. Nella
notti successive mia madre si alzò molte volte in preda a
smarrimento, aggirandosi per la casa seminuda finché i suoi
lamenti non svegliavano me o mio padre che a turno la confortavamo e
la riaccompagnavamo a letto. Lentamente comunque la situazione si
normalizzò.
Dai
nostri ormai settimanali incontri, nei quali ci aggiornavamo sui
nostri affetti di cui sentivamo molto la mancanza, avevo sempre più
la sensazione che mentre io stavo pian piano recuperando la mia
emotività, venutami meno con la nostra separazione, Lui andava
sempre più alla deriva, in un mare di emotività
incontrollata ed incontrollabile. Così dopo qualche tempo
insistetti perché si prendesse qualche giorno di vacanza ed io
ne approfittai per andare a trovare Dora.
La
trovai psicologicamente in condizioni disperate, imbottita di
psicofarmaci e con uno sguardo da cane bastonato. Feci del mio meglio
e convinsi Lui, alla fine della sua vacanza, ad andare a Milano per
un po' al posto mio. Non l'avessi mai fatto! Quando tornai a Milano
la situazione era ad un punto esplosivo. Cercai di affrontare il
problema con Lui, ma oramai non riusciva assolutamente ad affrontare
alcuna discussione senza sentirsi attaccato e quasi venimmo alle
mani; dopo di allora Lui rifiutò qualunque contatto con me.
Le
cose a Milano andavano peggiorando lentamente, come sempre in questi
casi, ma io ero preoccupato per Dora e così decisi di svelarle
la mia (nostra?) doppiezza. Partii all'alba da Milano in modo da
poter andare a prenderla all'uscita da scuola, e così feci. Fu
traumatico vederla spaventata alla mia vista e feci assai fatica a
convincerla a telefonare a casa per dirGli che avrebbe fatto tardi;
mi assecondò infine con lo sguardo di chi ha a che fare con un
pazzo e, rassegnato, gli dà ragione per evitare discussioni.
La vedevo cercare con lo sguardo un aiuto mentre andavamo verso la
cabina e mi sembrava di leggerle nella mente chiedersi se dovesse
fare finta di ottenere una risposta e di parlare. Ma Lui rispose e
lei balbettò leggendo il foglietto che io, previdente, le
avevo messo davanti. Si lasciò poi condurre in un caffè
dove le feci un resoconto degli avvenimenti che avevano portato alla
situazione attuale, ma lei non mi credette. Pian piano cercò
di ricondurre tutto ad una qualche logica conosciuta e pensò
che io (Lui), sempre più strano negli ultimi tempi, stessi
giocandole uno scherzo con qualche marchingegno tipo segreteria
telefonica e dalla paura e dallo stupore passò all'incazzatura
e volle tornarsene a casa; io non avrei a quel punto potuto
trattenerla che con la forza, mi rassegnai quindi a seguirla per
metterla di fronte all'evidenza.
Giunti
sotto casa però ebbi paura delle reazioni che Lui avrebbe
potuto avere e le raccomandai di essere prudente e di trovare una
scusa per uscire non appena si fosse resa conto della realtà
con i suoi occhi: io la avrei aspettata sul pianerottolo fuori dalla
porta. Dopo circa cinque minuti lei uscì e mi venne incontro
con uno sguardo stranito, era pronta ad ascoltarmi ma ora non avevamo
tempo, era uscita con la scusa di prendere delle cose dimenticate in
macchina ed avevamo solo il tempo di accordarci su come e quando
rivederci.
Ci
rivedemmo alle diciotto; lei era uscita con la scusa di recarsi ad
una conferenza di un germanista famoso, sicura che Lui non la avrebbe
accompagnata. Parlai quasi sempre io e lei mi ascoltò senza
interrompermi e fu meraviglioso potersi finalmente confidare con
qualcuno.
Finimmo
col passeggiare come fidanzatini lungo il mare, la mano nella mano,
felici di esserci ritrovati. A questo punto però che fare con
Lui? Dora lo considerava un intruso e non voleva averci più
niente a che fare, a Milano faceva più danni che altro. Chissà
se un aiuto psicologico gli avrebbe potuto giovare? Ma come
convincerlo? Già da tempo prendeva tutte le critiche e le
osservazioni come attacchi personali. A questo punto io ero in crisi
più che mai.
Tutta
questa maledetta faccenda era cominciata con me che stavo malissimo
perché mi sentivo di dover essere vicino a Dora, specialmente
in quel difficile momento in cui doveva decidere cose così
importanti per il suo futuro, ma al contempo sentivo di dovere
aiutare mio padre in quella situazione. Ora sentivo che avrei dovuto
aiutare anche Lui a costruirsi una sicurezza tale da renderlo capace
di affrontare il confronto con gli altri più serenamente; in
realtà proprio ora che mi rendevo conto delle sue difficoltà,
lo amavo di più, come un fratello, il fratello minore che non
ho mai avuto, o il figlio.
Dora
non voleva più tornare a casa, non voleva più
condividere il letto con Lui, cominciò a dirmi di tutte le
scenate che sempre più spesso Lui le aveva fatto e di come
avesse vissuto negli ultimi tempi una specie di ansia continua
temendo di ferirmi(-Lo).
Decisi
quindi di telefonarGli chiedendoGli aiuto, ritenni che il dover
pensare a qualcun altro poteva essere una via di guarigione, un modo
per aiutarlo a ricostruire almeno in parte quelle sicurezze e la
razionalità che evidentemente, nella nostra separazione, erano
rimaste a me. Contrariamente alle mie aspettative appena seppe che
stavo male, che ero in crisi, prima ancora che io Glielo chiedessi mi
disse che sarebbe venuto subito, che mi avrebbe portato un po' in
vacanza con lui, di non preoccuparmi di niente, che avrebbe pensato
Lui a tutto. Ci accordammo per vederci l'indomani a Milano.
Fu
così che con il mio furgone semicamperizzato partimmo per un
giro sull'Appennino Ligure. Girammo per un paio di settimane tra
torrenti e boschi ed io mi affidai completamente a Lui; all'inizio fu
una cosa volontaria, per dargli la sensazione di essere utile, ma
dopo pochi giorni mi accorsi che da tempo desideravo affidarmi a
qualcuno e che il rinunciare al mio solito ruolo di responsabile di
tutto e di tutti mi dava una sensazione di serenità e di pace
quale da tempo non provavo. Oh, non è che non facessi niente,
ma le decisioni organizzative le lasciai prendere a Lui e da
principio vidi che la cosa Gli pesava alquanto, ma io feci del mio
meglio per mostrare la mia soddisfazione e la mia gratitudine ed in
poco tempo lo vidi più sicuro e sereno. Oramai però il
tempo a nostra disposizione stava finendo ed una sera, accanto al
fuoco, Gli parlai dei problemi che c'erano tra Lui e Dora e Gli
accennai anche a quelli con i nostri genitori, ma Gli feci anche
notare come mi era stato utile in quei giorni, come mi sentivo
ricaricato dopo quella vacanza e come a mio parere stesse meglio
anche Lui. Fu allora che Lui mi si avvicinò, mi mise un
braccio sulle spalle e, senza dire niente, mi strinse contro di sé
con forza e dolcezza. Io mi sentii liberato da un gran peso e mi misi
a piangere di sollievo, le lacrime mi scendevano lungo gli zigomi e
continuavano lungo il suo collo, in pochi momenti sentii che le
nostre pelli si fondevano, le nostre carni si mescolavano e, senza
che ne dovessimo parlare, cominciammo a spogliarci. Nonostante il
freddo eravamo bollenti, dovemmo tagliare le magliette non potendole
sfilare, ci appisolammo nudi sui nostri vestiti sparpagliati mentre
il fuoco pian piano languiva.
Il
mattino ci colse come ci vede adesso; sì, lei vede solo me, ma
le posso assicurare che ci siamo tutti e due. Ed ora credo che possa
far stracciare all'appuntato il verbale che sta scrivendo perché
non credo che lei, senza un corpo né un'identità dello
scomparso, voglia presentare denuncia contro di me per omicidio di me
medesimo. O sbaglio?"
fine