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 | | Per un sorriso
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Location: Blogs I racconti di Mattie |
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| Posted by: mattiekian |
27/02/2008 19.07 |
E’ cominciato tutto quando avevo
quattro anni, finirà tutto quando ne avrò sedici. Infanzia, non so nemmeno cosa
significhi questo termine: calpestata, rubata, infangata, insanguinata. Se
chiudo gli occhi non riesco a ricordare un solo giorno in cui sia stato davvero
felice: mai sorrisi sul mio volto, solo smorfie amare. Mia madre…lei invece sorrideva
spesso, sapeva trovare nei giorni più grigi il più piccolo raggio di sole, il
suo sguardo era dolce e la sua pelle profumava di buono anche in mezzo al fango
e alla polvere da sparo. Ricordo un giorno, avrò avuto al
massimo cinque anni: me ne stavo tranquillo, nei pressi di un vecchio pozzo
ormai prosciugato, contavo le nubi e ogni tanto controllavo le tre capre che
avevamo; ad un tratto un rombo minaccioso, poi un enorme uccello di metallo
roteò sopra la mia testa. Mi accucciai, tenni stretto a me un piccolo bastone
di legno e chiusi gli occhi, pregando…quando li riaprii mia madre era china
sopra di me, sorrideva anche se aveva gli occhi bagnati di lacrime; nell’aria
c’era odore di morte, ma io abbraccia forte mia madre, aspirando il suo profumo
dolce come il pane. Mia sorella ha preso da lei: lo
stesso sguardo, lo stesso profumo, lo stesso sorriso; mi rimprovera perché vede
in me solo disperazione e odio, vede nel mio sguardo rabbia e frustrazione, e
vede sul mio volto un ghigno che non si è mai steso in un sorriso. Mi dispiace per lei, perché vedo
che soffre a causa mia, ma non so come fare per alleviare le sue sofferenze:
non mi hanno insegnato ad amare, a provare pietà, a curare ferite e cuori
sanguinanti, so solo odiare, giurare vendetta…uccidere. Non posso dimenticare… Ho preso la mia decisione, mi
sembra d’averla presa da sempre e invece è passato meno di un mese. Stavo passeggiando quando all’improvviso
una donna alta, dai lunghi capelli neri mi è passata davanti. Come le somigliava. Ho chiuso gli occhi e l'immagine
della donna sconosciuta si è dissolta in quella di mia madre. E all’improvviso mi è parso di
sentire il peso del suo corpo tra le mie braccia. Ho visto il piccolo neo, vicino
al naso, e i suoi meravigliosi occhi neri incorniciati dalle folte ciglia in
un'espressione di incredulità; sul vestito scuro, vicino al petto, un bocciolo
rosso, che si allargava prepotente. L'ho stretta forte quel giorno, quasi
volessi trattenerla a me, ma non è servito a nulla…ho sentito la sua vita
scivolarmi tra le dita sporche di sangue, e alla fine mia madre si è irrigidita
e il suo dolce sorriso era morto…con lei. Trattengo a stento le lacrime. Mi preparo, sono quasi pronto: un
mio compagno mi fa un cenno con la mano. Non conosco il suo nome e lui non
conoscerà mai il mio...ma in fondo va bene così, non siamo qui per amicizia,
per spirito di fratellanza, il destino ci ha messo insieme per compiere qualcosa
di più grande. So che mio padre sarebbe fiero di
me, anche se non l’ho mai conosciuto, è morto prima che io compissi due anni;
di lui ho solo una vecchia fotografia stropicciata: ritrae un uomo dal volto
stanco, segnato dalle ingiustizie e dalle privazioni, gli occhi spenti, lo
sguardo assente…ho giurato a me stesso che non sarei mai diventato un uomo con
quel volto. Esco dal bunker: l’aria profuma
di primavera; ho paura, ma cerco di non darlo a vedere…devo essere forte, devo
farlo per non vedere più uomini con il volto di mio padre, donne ridotte allo
scheletro di se stesse, anziani cacciati dalla propria terra, bambini senza un
futuro…chiudo gli occhi e sogno il sorriso di mia madre…vorrei che tutte le
donne avessero quel sorriso. Penso a mia sorella e alla sua
famiglia: a Mirna che ha quattro anni e che quando mi vede mi salta al collo
dalla gioia; ad Amir che è poco più di un infante e che in soli cinque mesi di
vita ha già visto troppi morti, troppa disperazione; a Sadiq che comincia ad
avere lo stesso sguardo di mio padre e a Fatima che somiglia sempre di più a
nostra madre. Cammino lentamente, la gente mi
passa accanto distratta: sembra non accorgersi di me, forse vede solo un
ragazzo, uno studente che passeggia verso il centro per incontrare degli amici
o la fidanzata….vede quello che io non sono mai stato e mai sarò: per colpa
loro. Il cielo è di un azzurro talmente
intenso da fare male agli occhi, intervallato da soffici nubi bianche; i rumori
della città si mischiano al canto inconfondibile di un usignolo. Arrivo ad un incrocio e saluto il
mio compagno: le nostre strade si dividono, ma spero che presto si
rincontreranno. Lo vedo attraversare la strada, correndo, uno zaino sulle
spalle: ha solo quattordici anni, ma ha lo sguardo di un vecchio veterano di
guerra. Buona fortuna penso, pur sapendo che non ne avrà bisogno. Mi avvicino ad una fermata
dell’autobus e mi guardo intorno. La vita è frenetica in città: non
sono abituato ad avere così tanta gente intorno. Sono cresciuto tra le
montagne, tra un paio di capre e la mia piccola famiglia, che il tempo e la
cattiveria dell’uomo ha piano piano distrutto. Un grassone mi spinge da parte
per passare. “Hey” grido, ma l’uomo non si
volta e continua imperterrito a camminare come se il viale gli appartenesse,
spintonando con la sua mole ignari passanti. Accanto a me, in attesa
dell’autobus, c’è una donna che tiene per mano la sua bambina: sono molto
belle, entrambe. Vorrei dire loro qualcosa, ma non riesco ad aprire bocca. “Stai bene?!” mi chiede la
bambina e io le rispondo con un cenno del capo. “Io è la mamma andiamo a trovare
il nonno” aggiunge sorridendo. “Lara non dare fastidio a questo
giovanotto!” la rimprovera la madre. “Non si preoccupi, nessuno
fastidio” la rassicuro. Lara mi tira la camicia e mi fa cenno
di inginocchiarmi: obbedisco e così posso guardarla negli occhi. “Il nonno ha fatto questo per me”
dice, mostrandomi fiera un disegno spiegazzato: raffigura una fanciulla dai
capelli biondi, tiene il capo chino e gli occhi socchiusi e ha le mani giunte
come se stesse pregando; sullo sfondo s’innalza un volo di colombe. “E’ bellissimo” ammetto “Ma ora
scusami, devo andare”. La saluto e attraverso la strada:
cammino per un paio di isolati e mi avvicino ad un’altra fermata. Sto tremando. Chiudo gli occhi per infondermi
un po’ di coraggio, per relegare nell’oscurità tutti i dubbi e tutte le paure. Lo stai facendo per Mirna ricordo a me stesso. Lo faccio perché mia
nipote possa crescere serena e felice, possa diventare come sua madre e come
sua nonna…possa avere sempre il loro dolce sorriso. Salgo sull’autobus: è pieno di
gente. Mi dirigo verso il centro della
vettura; i miei occhi incrociano quelli di una ragazza: avrà suppergiù la mia
età, lei mi sorride dolcemente, ma io non ho la forza di ricambiare. Abbasso lo sguardo colpevole,
quando torno a guardarla lei mi osserva terrorizzata, la bocca deformata in un
urlo silenzioso: ha capito, ma è troppo tardi. E pensare che lo faccio per un
sorriso. Spingo il pulsante della mia
cintura. Esplode il mio odio, tra brandelli di carne e acre fumo nero.
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| Copyright ©2008 francesca faramondi |
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Comments (3)
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Re: Per un sorriso |
By meled on
28/02/2008 19.07 |
Bello, terribile, amaro, reale. Sei sempre molto brava |
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Re: Per un sorriso |
By wildant. on
28/02/2008 22.31 |
credo che sia molto più complesso quello che passa per la testa di questi ragazzi, temo che non siano iniziative spontanee ma penso che siano manovrati e usati come carne da macello dai loro capi che chissà chi sono davvero molto ben scritto comunque, come sempre ! brava |
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Re: Per un sorriso |
By mattiekian on
29/02/2008 14.24 |
Ne sono convinta anch'io, ma credo anche che per trovare terreno fertile nella mente di questi ragazzi si basano su semplici speranze, li convincono che lo fanno per la loro famiglia, che loro padre sarebbe fiero . comunque grazie wildant i tuoi commenti sono sempre ben apprezzati |
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