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 | | Una nuova vita
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Location: Blogs Andrea Fantasy |
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| Posted by: Andrea |
28/01/2007 18.02 |
Era un caldo pomeriggio estivo, e nella vallata non si vedeva anima viva. Dal bosco vicino Lyndahl sentiva le cicale cantare, accompagnate ogni tanto dai campanacci delle sue mucche. Come sempre in estate, quel mattino era uscito di casa molto presto, per portare gli animali al pascolo in collina. Lo aspettava una lunga camminata, ma sapeva che a ricompensarlo avrebbe trovato un ombroso boschetto ed un panorama da togliere il fiato. Ora, all'ombra di uno degli alberi, vicino ad un piccolo ruscello, Lyndahl si godeva il vento fresco della collina, non invidiando per niente quelli che erano rimasti in paese, al caldo. Socchiuse gli occhi, gustando la lieve pressione della brezza sulla sua pelle, lasciandosi cullare dal fresco e brillante murmure dell'acqua sui ciottoli. Si era svegliato con un fastidioso mal di testa, che non sembrava avere intenzione di andarsene. Aveva sperato che la passeggiata l'avrebbe aiutato, ma evidentemente si era illuso. Ora si accorse che si sentiva un po' di febbre. Non poteva credere di essersi preso un raffreddore nell'estate piu' calda degli ultimi anni! Sarebbe diventato lo zimbello degli altri bambini del villaggio... Per fortuna era quasi l'ora di rientrare a casa. Avrebbe detto a suo padre che si sentiva poco bene, e se ne sarebbe andato a letto quanto prima. Un notte di riposo l'avrebbe certamente rimesso in sesto.
Suo padre non era ancora rientrato in casa. Il suo mal di testa invece era sempre li', anzi era peggiorato. Aveva i brividi, e sudava moltissimo, pur non sentendo caldo per niente. Si sentiva stanchissimo, e l'unica cosa che voleva era mettersi a letto. Si costrinse comunque a mangiare un pezzo di pane imburrato e a bere un bicchiere d'acqua. Quando finalmente si stese sul letto, era sicuro che non si sarebbe mai addormentato: con il mal di testa, i brividi e tutto il resto, era praticamente impossibile dormire! Ovviamente si sbagliava...
Talkrit rientro' in casa poco prima del tramonto. Le mucche erano nella stalla, quindi Lyndahl era sicuramente gia' tornato. "Lyndahl, sono a casa!" Il piccolo era tutto quello che restava della sua famiglia. La moglie era morta nel darlo alla luce, dodici anni prima, e lui non si era mai risposato. All'inizio la sorella l'aveva aiutato col neonato, ma ormai da diversi anni riusciva a cavarsela da solo. Ultimamente, Lyndahl gli dava persino una mano in casa, accudendo le mucche e portandole al pascolo in estate. Era abbastanza normale che a quell'ora fosse gia' tornato; quello che non era normale era tutto quel silenzio. A dodici anni appena compiuti, Lyndahl era un bambino estroverso, allegro e vivace. A queste caratteristiche (non troppo strane, in un bambino della sua eta') si aggiungevano pero' un'innata pacatezza, un'attitudine all'ascolto e un rispetto per gli adulti che lo rendevano il classico bambino che tutti amano. In paese tutti stravedevano per lui: sia adulti che bambini. Col padre, Lyndahl aveva un rapporto splendido. Non era mai accaduto che Talkrit rientrasse a casa senza che lui corresse ad abbracciarlo e a dargli il benvenuto. Almeno fino a quel giorno.
Preoccupato, Talkrit si mise a cercarlo, fino a che non lo trovo', sdraiato sul letto, in camera sua. Aveva la febbre altissima, e sembrava che stesse delirando. Corse subito a prendere dell'acqua fredda, accese una candela, e fece di tutto per abbassare la temperatura del corpo del figlio. Purtroppo, due ore di tentativi non diedero alcun risultato. La fronte del piccolo scottava ancora, e i suoi lamenti si erano fatti piu' forti. Talkrit stava per andare a chiamare il medico del villaggio, quando vide cio' che nessun padre vorrebbe mai vedere, il segno che preannunciava il ritorno della piu' grande di tutte le disgrazie. La fiamma della candela si muoveva. E cambiava forma. Ora era un piccolo fiore. Poi divenne una piccola mucca che pascolava tranquilla brucando sospesa nel vuoto un'erba invisibile. "No... Non Lyndahl..."
Molti anni prima, in un'epoca che era gia' antica ai tempi del nonno del nonno di Talkrit, il mondo era governato dai Signori degli Elementi. Dei loro poteri non si sapeva piu' nulla, se non che erano immensi e terribili. Uno solo dei Signori poteva distruggere un esercito intero in un batter d'occhio, sollevare montagne, far comparire vulcani, prosciugare laghi, scatenare tempeste, domare incendi. In un mondo dominato da loro non c'erano piu' guerre aperte, perche' gli eserciti non servivano a nulla. Piuttosto, le battaglie si svolgevano sul campo non cruento, ma non per questo meno letale, della diplomazia. Il mondo godette allora di un lungo periodo di apparente pace e relativa prosperita', che pero' si reggeva su un equilibrio precario, sotto il quale tensioni inimmaginabili minacciavano di esplodere da un momento all'altro. Fatalmente, avvenne che l'equilibrio si ruppe: la diplomazia falli' e guerra aperta scoppio' tra due clan di Signori. Nessuno ricorda piu' quali fossero i motivi del contendere (nessuno li ricordava piu' gia' poco dopo lo scoppio della guerra, se e' per questo). Fatto sta che in pochi mesi la guerra si estese a macchia d'olio, e tutti i clan dei Signori presero posizione apertamente per una delle due fazioni. Uno scontro tra due Signori doveva essere qualcosa di veramente colossale, se ancora se ne sentivano gli echi (ingigantiti dal raccontare oppure resi flebili dal tempo, non era dato saperlo) nelle storie che si raccontavano la sera davanti al camino. Una guerra globale tra Signori era quindi molto piu' di quanto il mondo potesse sopportare. Montagne sparivano per far strada ad un esercito, oppure si elevavano improvvisamente per sbarrarne l'avanzata. Intere citta' bruciavano in pochi secondi, colpevoli di aver dato rifugio ad uno dei contendenti, o di non avergliene dato. Laghi si prosciugavano, vallate si allagavano, fiumi sparivano, sorgenti inaridivano. Le stagioni non esistevano piu', sostituite da una successione piu' o meno frequente di incredibili tempeste, asservite all'arbitrio dei Signori. I terremoti si susseguivano sempre piu' forti, in parte provocati dai Signori, in parte la naturale reazione della terra a tante sollecitazioni. Fortunatamente, la guerra faceva vittime anche tra i Signori. Dopo alcuni anni, il loro numero era diminuito incredibilmente, e ormai non riuscivano piu' ad arruolare eserciti. La guerra si era ridotta ad una serie di duelli, nei quali uno dei due contendenti (ma molto piu' spesso entrambi) finiva sempre per soccombere. A poco a poco la guerra si ando' quindi estinguendo, mancando chi la combattesse, fino a che un giorno, gli ultimi due Signori si uccisero l'un l'altro. Lentamente, il mondo si ando' riprendendo. La popolazione tornava a costruire piccoli villaggi in cui abitare, l'agricoltura e l'allevamento prendevano di nuovo piede, e il commercio rifiori'. Sembrava che tutto fosse tormato come ai tempi prima della guerra, tranne per un particolare: non c'erano piu' Signori. Non che di tanto in tanto non ne comparissero. Accadeva a volte che un giovane, all'inizio dell'adolescenza, iniziasse a manifestare i primi segni del potere. Questi erano pero' sempre accompagnati da febbre alta, e il giovane, in preda al delirio, spesso non poteva controllare le sue nuove capacita', e finiva per distruggere, nel migliore dei casi, la sua citta'. Prima della guerra erano i Signori adulti che si occupavano delle crisi dei piu' giovani, arginandone i danni. Ora invece non c'era nessuno a cui chiedere aiuto. Inoltre, ad essere del tutto sinceri, il ricordo della Grande Crisi (come venne chiamata la guerra dei Signori) era tale che la gente non voleva che nascessero altri Signori. E se nascevano, allora dovevano essere eliminati. Per il bene loro e di tutto il mondo. Il risultato fu l'usanza, ben presto divenuta legge, di uccidere i bambini al primo manifestarsi in loro dei poteri da Signori.
Talkrit stava appunto osservando un Signore all'opera. Suo figlio. "No... Non Lyndahl..." La legge era chiara. Il capo villaggio doveva essere informato del problema, doveva constatare che il piccolo stesse veramente diventando un Signore degli Elementi, e doveva assistere i genitori nella somministrazione del veleno che avrebbe messo al sicuro il villaggio. "No... Non Lyndahl..." Lacrime scendevano abbondanti lungo le guance di Talkrit, mentre ancora faceva fatica a realizzare l'impatto di quello che aveva appena scoperto. Gli ci voleva un attimo di riflessione. Fino a mezz'ora prima stava facendo piani per la cena e per la serata: un pasto veloce e leggero, con Lyndahl, e poi una breve visita dai vicini, dove Lyndahl avrebbe giocato con uno dei suoi amici piu' cari. Poi avrebbe messo Lyndahl a letto, a sarebbe passato a chiudere bene la stalla, prima di andare anche lui a dormire. Solo ora si rendeva pienamente conto di come da dodici anni tutta la sua vita ruotasse attorno al figlio. Tutta, proprio tutta. Lyndahl era entrato nella sua vita in maniera cosi' totale da non lasciare posto per nessun altro, neppure per un'altra donna. Lui era tutta la sua famiglia, lui era il centro della sua esistenza, e adesso scopriva che invece era un mostro. La sua famiglia non esisteva piu'. Suo figlio non esisteva piu'. Al suo posto c'era un'abominevole creatura, un incubo tornato dal passato per tormentare ancora il genere umano. Ancora sconvolto, si avvio' verso la casa del capo villaggio. "Talkrit, che piacere vederti! Dimmi, come posso aiutarti?" "Si tratta di mio figlio. Sta poco bene..." "Sei gia' stato dal dottore?" Solo allora si accorse dell'espressione sconvolta e delle lacrime di Talkrit. "Capisco... fammi strada, ti seguo. Vedrai che non e' niente..." Quando entrarono in camera sua, Lyndahl era ancora febbricitante, e soprattutto la piccola mucca di fuoco che brucava placidamente a mezz'aria, ora aveva le dimensioni di un gatto. "Mi dispiace Talkrit, non c'e' piu' niente da fare. Tuo figlio e' morto, non esiste piu'. Ora e' un Signore." "Ma e' sempre Lyndahl, e' mio figlio! Non farebbe del male a nessuno..." "Forse no, hai ragione. Non volontariamente almeno. Ma il suo e' un potere troppo grande per un uomo, Talkrit. Conosci la storia, e conosci la legge. Non si possono concedere deroghe, pena la distruzione futura del mondo. Non saremo tanto fortunati una seconda volta". Le parole del capo villaggio furono la goccia che fece traboccare il vaso. Talkrit crollo' seduto su una sedia, e inizio' a piangere e singhiozzare. "Stai qui, vedrai, andra' tutto bene. Vado a casa mia a prendere quello che ci serve. Se non te la senti posso farlo io..." "No. No, devo farlo io. Glielo devo, e lo devo a sua madre." "D'accordo allora. Saro' di ritorno tra poco."
Fu mentre se ne stava li' seduto ad aspettare il ritorno del capo villaggio, mentre guardava il figlio adorato per l'ultima volta, mentre ricordava l'amore e la fatica di quegli ultimi dodici anni, mentre pensava alla moglie morta per dare la vita a quel bambino, che Talkrit prese la sua decisione. E una volta presa, gli sembro' cosi' ovvia e scontata che si chiedeva come mai non ci avesse pensato prima.
Sohltir aveva radunato in fretta a furia le erbe necessarie per preparare la tisana che avrebbe fatto addormentare per sempre il piccolo Lyndahl. Quello era l'aspetto che meno gli piaceva del suo incarico. Fortunatamente, ormai accadeva sempre piu' di rado: nel paese e nelle zone limitrofe c'erano stati soltanto altri due casi di Signori nei dieci anni in cui lui era stato capo villaggio, e in entrambi i casi la legge era stata rispettata. Non era un mostro insensibile. Aveva anche lui due figli, che amava con tutto se stesso, e poteva capire benissimo la disperazione dei genitori che si vedevano costretti ad uccidere i propri bambini per qualcosa di cui loro non avevano alcuna colpa. D'altro canto, proprio perche' amava i propri bambini, non voleva che crescessero in un mondo in cui i Signori degli Elementi si aggirassero a piede libero. Sua moglie lo stava osservando. "Chi e' stavolta?" "Lyndahl. Il figlio di Talkrit." Anche lei non era un mostro insensibile: sapeva che in certe situazioni qualunque cosa si dicesse sarebbe di troppo. Lei sapeva che era meglio tacere, adesso. Ando' dal marito e lo abbraccio', prima che lui uscisse di casa e si incamminasse solo lungo le vie, ormai buie, del villaggio. Quando arrivo' a casa di Talkrit, trovo' la porta accostata, come l'aveva lasciata lui. Entro' e si diresse verso la stanza del piccolo. "Talkrit, sono tornato. Vedrai, non ci vorra' molto, e Lyndahl non soff..." Quello che vide, o meglio che non vide, era veramente qualcosa a cui non era preparato. Gli ci volle un po' per rendersi conto dell'enormita' del problema. Talkrit non c'era. E neanche Lyndahl.
Il piccolo non poteva cavalcare a lungo in quelle condizioni. Appena fuori dalla citta', Talkrit si allontano' dalla strada principale e si addentro' nei boschi, portando il figlio il braccio. Conosceva quella zona come le proprie tasche, e aveva deciso di passare la notte in una piccola capanna, che ricordava dai tempi in cui, da giovane, faceva il taglialegna. Non era troppo lontana dalla strada, ed era abbastanza ben nascosta e poco conosciuta. All'alba se Lyndahl fosse migliorato si sarebbero rimessi in viaggio, addentrandosi ancora di piu' nel bosco, e avrebbe continuato cosi' fino a che Lyndahl non si fosse sentito meglio. Poi avrebbero deciso insieme il da farsi. Arrivati alla capanna, preparo' un giaciglio con foglie secche, vi stese sopra un coperta e ci adagio' il figlio febbricitante. Ando' a raccogliere dell'acqua da un ruscello li' vicino, e si preparo' ad una lunga notte di veglia. Lyndahl delirava, e la febbre non accennava a scendere. Verso l'alba sembro' migliorare un poco, tanto che Talkrit decise di partire. Per i successivi due giorni alternarono quattro ore di marcia a due ore di riposo, per non provare oltre misura il fisico gia' debilitato di Lyndahl. All'alba del terzo giorno, sembrava finalmente che la febbre stesse calando, e Talkrit si sentiva abbastanza sicuro da concedersi una intera giornata di riposo. Da quando erano partiti non avevano visto segni di inseguimento, e comunque difficilmente qualcuno si sarebbe spinto cosi' in alto e cosi' lontano dalla strada. Probabilmente avevano creduto che i fuggitivi avessero preferito la strada per allontanarsi il piu' possibile, e non li stavano cercando nei boschi. Quel pomeriggio inizio' a piovere. Talkrit aveva preparato un rifugio di fortuna, che pero' non era neanche lontanamente sufficiente a proteggerli dalla pioggia, e soprattutto dai rivoli d'acqua che scendevano dal pendio sul quale si erano accampati. Prese il figlio in braccio, cercando di farlo bagnare il meno possibile, ma era un'impresa praticamente impossibile. Improvvisamente Lyndahl inizio' ad agitarsi, come se volesse asciugarsi il viso. Nonostante tutti i suoi sforzi, pero', non c'era proprio modo di restare asciutti con quel tempo. Ad un certo punto lancio' un urlo... e smise di piovere. Talkrit non poteva credere ai suoi occhi. Se avesse veramente smesso di piovere, non ci avrebbe trovato niente di troppo strano. Il problema era che in realta' stava ancora piovendo. Solo che le gocce li evitavano: arrivavano fino ad un paio di metri dal suolo, sopra di loro, e poi curvavano, quasi come se venissero deviati da una cupola invisibile. Allo stesso modo, i rivoli che scendevano dal pendio ora giravano attorno al loro rifugio, invece di inondarlo. Fu allora che si accorse della cosa piu' stupefacente: i suoi vestiti erano asciutti. Anche quelli di Lyndahl. Anche tutta l'area attorno al rifugio era perfettamente asciutta: il terreno era secco come se non piovesse da mesi.
Nei giorni che seguirono, la febbre finalmente calo', ma Lyndahl era ancora in stato confusionale. Dormiva tutto il tempo, e sognava. Quello che piu' preoccupava Talkrit era che, mentre il figlio sognava, strane cose accadevano attorno a loro. Una mattina si sveglio' e trovo' che tutti gli alberi nel raggio di 50 braccia erano spariti. Non solo tagliati, proprio spariti. Sradicati. E il terreno era perfettamente spianato, come se non avesse mai ospitato un bosco rigoglioso. Un altro giorno si erano accampati vicino ad una piccola cascata, che improvvisamente smise di far rumore. L'acqua non cadeva piu': arrivata al ciglio della cascata continuava a scorrere sospesa nel vuoto, leggermente inclinata, per rientrare con dolcezza nel letto del ruscello qualche metro piu' a valle. Le provviste di carne secca che avevano portato con loro si erano nel frattempo quasi esaurite, e Talkrit doveva sempre piu' spesso allontanarsi dal figlio per andare a caccia. Un giorno, al suo ritorno, trovò che gli alberi attorno alla loro tenda erano di nuovo stati abbattuti. Stavolta però non erano spariti nel nulla, ma erano stati tagliati e lavorati con cura, a formare tante lance affilatissime. Le lance erano state sistemate tutto attorno alla tenda, a formare una barricata insormontabile. Gli ci vollero diverse ore di lavoro per riuscire ad aprirsi un varco. All'interno, Lyndahl dormiva come se niente fosse.
Al suo risveglio, Lyndahl si sentiva confuso. L'ultima cosa che ricordava chiaramente era la fetta di pane imburrato che aveva mangiato prima di mettersi a letto. Ora non era più in casa sua, di questo era certo. Sembrava una specie tenda. Provò ad alzarsi, ma era troppo debole. Vide vicino a sé un ciotola con dell'acqua ed un po' di carne secca. Bevve avidamente, e iniziò lentamente a masticare la carne. Ricordava di essere stato male, questo sì. E ricordava di aver avuto gli incubi. Aveva sognato che lui e suo padre erano in fuga, che qualcuno di cattivo li inseguiva nei boschi, e che lui e suo padre lottavano fianco a fianco per uscirne sani e salvi. In un altro sogno invece era solo, e qualcuno si avvicinava al buio, e lui aveva paura, tanta paura, e improvvisamente un vento fortissimo prendeva lo sconosciuto e lo sbatteva contro un tronco. Ricordava un sogno in cui si erano barricati dentro un fortezza inespugnabile, circondata da mille spuntoni affilatissimi, e un'altra volta in cui si riposavano, stanchissimi dopo un lungo combattimento, al centro di una bellissima radura, sdraiati sull'erba fresca e soffice. Ma dov'era? Perché non era a casa sua? "Papà!" Chiamò, e chiamò più volte con tutto il fiato che aveva in gola (che, per la verità, non era poi molto), ma Talkrit non rispose. "Sarà in giro qui vicino... magari è andato a cercare dell'acqua" C'era una pozza a poche decine di braccia dalla tenda, probabilmente sarebbe tornato entro poco. Sarebbe stato meglio per lui, perché si avvicinava un brutto temporale, anche se il cielo era ancora sereno, che sarebbe durato per qualche ora. Lyndahl chinò gli occhi sul piatto con la carne, e ne prese un altro pezzo. Avrebbe potuto fare uno stufato, così il padre avrebbe trovato qualcosa di caldo da mangiare al suo ritorno. Poco distante dalla tenda c'erano i resti di un fuoco, che avrebbe facilmente potuto ravvivare. Solo allora si rese conto di come fosse strano tutto questo. Si era appena svegliato in una tenda; non sapeva perché, né dove fosse. Non aveva ancora la forza di alzarsi, e infatti non si era ancora alzato. Non aveva mai messo ancora piede fuori dalla tenda, eppure sapeva benissimo dove era la pozza d'acqua, che tempo faceva e che tempo avrebbe fatto di lì a poco, oltre ad essere assolutamente certo che lì fuori ci fosse della brace ancora ardente. Si concentrò sulla brace: riusciva a percepire il calore al suo interno, che fremeva silenziosamente, in attesa di essere nutrito per poter crescere di nuovo. Si accorse anche di essere consapevole dell'aria che lo circondava: calda ed umida, con i suoi odori di bosco, che si arricciava in mille invisibili volute, più belle e delicate di qualunque cosa avesse mai visto. Si concentrò su una di quelle effimere volute, la rafforzò e la diresse verso la brace affamata. Subito la sentì reagire, succhiando avidamente l'aria tanto agognata, la fiamma sopita così a lungo che finalmente scaturiva timida, luminosa, calda. La fiamma era meravigliosa. Non la vedeva, ma ne aveva una percezione mille volte più completa. La sentiva, piccola eppure così orgogliosa e fiera, mentre la sua tenue luce si perdeva in quel soleggiato pomeriggio; eppure ostinata continuava a splendere, generosa, ed avrebbe continuato finché avesse potuto, per poi tornare a dormire nel suo guscio di carbone, ma anche lì condannata a splendere e a bruciare, fino a che avesse consumato tutto ciò che aveva attorno, fino a che non avrebbe consumato anche se stessa. Provò pena per la povera fiamma, ed usò dell'aria per avvicinarle qualche foglia secca. Affamata, la fiamma le avvolse e crebbe e prese a camminare, avida, lungo alcuni steli d'erba secca, in cerca di altro cibo. Lyndahl non era uno stupido, e sapeva che un fuoco incontrollato in un bosco era un pericolo. Pensò che fosse ora di conoscere meglio quella pozza d'acqua. Mentre il fuoco era potente, mai sazio, orgoglioso, l'acqua era tranquilla, placida, concentrata su sé stessa. Mentre la fiamma assorbiva a distruggeva tutto quello che incontrava, l'acqua si compiaceva nell'ospitare al suo interno diverse piccole forme di vita, e la sua gioia era nel vederle crescere, nel permettere che si dissetassero di lei. Come con l'aria, poteva vedere al suo interno tante volute, ma meno sottili, quasi più rozze. Fu su una di queste volute che si concentrò, e la spinse fuori dalla pozza, avvicinandola al fuoco. Quando la versò sulla fiamma, percepì chiaramente la frustrazione del fuoco che veniva soffocato, la sofferenza dell'acqua che veniva dilaniata, e la gioia dell'aria che accoglieva il fumo ed il vapore e subito li usava per intessere nuovi bellissimi disegni. Improvvisamente Lyndahl si accorse di cosa stava facendo, e spaventato spinse via da sé tutte quelle nuove sensazioni. Nessuno poteva muovere l'acqua, comandare il vento, parlare al fuoco. Solo i Signori potevano farlo, ma ormai questo non poteva più accadere. I Signori erano tutti morti, e i poveri bambini che mostravano di poter essere loro eredi, dovevano essere pietosamente uccisi, per la sicurezza di tutti. "Eppure..." Eppure le sue sensazioni erano lì, se solo si apriva un poco, poteva sentirle ancora. Che lui fosse diventato un Signore? Ma perché non era stato ucciso? No, questo era totalmente impossibile. Era molto più probabile che si fosse trattato di un'allucinazione. Era ancora provato dalla febbre, e aveva immaginato tutto. C'era un modo semplice per assicurarsene, e mettere da parte questa fandonia dei Signori. A fatica, Lyndahl si trascinò fuori dalla tenda. Vide per primo il bel cielo sereno, minacciato però da qualche scura nuvola all'orizzonte. Poco lontano dall'ingresso della tenda c'erano i resti di un fuoco. In un angolo, la brace era bagnata, e del fumo si levava, esile, nella calda aria pomeridiana. "Anche questo non significa niente. Papà potrebbe averlo spento prima di andarsene." Allora si fece coraggio, ed aprì la propria consapevolezza all'acqua poco distante. Chiamò a sé un rivolo d'acqua, ed attese. "Non succederà nulla..." Purtroppo invece qualcosa successe: lentamente, un piccolo ruscello stava venendo verso di lui. In salita. Quella notte, Lyndahl fece fatica ad addormentarsi, sotto la tenda, mentre un violento temporale infuriava tutto attorno a lui.
Al mattino, di suo padre non c'era ancora traccia. Lui si sentiva molto meglio, ma la carne era quasi finita. Per l'acqua non c'era problema, viste le sue nuove capacità, ma doveva procurarsi qualcosa da mangiare. Decise di andare a caccia. Non aveva armi, ma pensava proprio di non averne bisogno. Uscì lentamente dalla tenda. Non sapeva che non vi sarebbe mai più rientrato. Non aveva ancora visto quello che avrebbe finalmente notato solo al suo ritorno dalla caccia, mentre pregustava l'arrosto di lepre che avrebbe preparato di lì a poco. Non aveva la più pallida idea, Lyndahl, che il corpo morto di suo padre, appeso al ramo di un albero, guardava, dall'alto, il figlio tanto amato che si apprestava ad iniziare la sua nuova vita. |
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Comments (5)
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Re: Una nuova vita |
By fabio on
29/01/2007 11.12 |
Agghiacciante il finale O_O Non me lo sarei mai aspettato.
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Re: Una nuova vita |
By nihil on
01/05/2007 8.42 |
| Certo non manchi di fantasia! Il tema fantasy ti dona. N. |
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Re: Una nuova vita |
By oroboros on
13/06/2007 16.29 |
| Molto bella, per colpa del tuo racconto mia moglie me la menerà perché ho ritardato i lavori di casa (pulizia del cesso, piatti e aspirapolvere). L'idea guida del racconto non s'allontana dalla realtà che attende coloro che, lottando nel silenzio, piegano la loro individualità alla loro universalità come il fabbro piega il ferro, arrossato dalla fiamma di sofferenza. L'unica differenza, notevolmente diversa, sta nel fatto che il secondo dei due casi necessita che ogni perfezione, per passare dalla potenza all'atto, abbia la forza di volerlo, questo sacrificio. E di comprenderlo ancor prima che si compia. Non tanto per i "poteri", ma per la Conoscenza quello appena accennato, costituisce il destino universale di tutti noi, e quello individuale a esso è asservito. |
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Re: Una nuova vita |
By Sabrina (www.sabrinabarbante.it) on
19/08/2007 21.33 |
| Le immagini suggerite dalle parole diventano in alcuni tratti molto... cinematografiche, quindi molto belle e stimolanti per l'immaginazione del lettore. Unica piccolissima pecca, almeno a mio parere: troppo cinematografica anche la trama, che a tratti non rende giustizia al tuo stile di scrittura, in genere molto autonomo dallo specifico filmico. Forse è solo dovuto alla difficoltà di comprimere una trama nello psazio breve di un racconto. Complimenti vivissimi comunque. |
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Re: Una nuova vita |
By Giovanni on
14/12/2007 20.18 |
di nuovo molto bello. è un peccato mettere questi racconti nella raccolta semplicemente perchè dovresti farci uscire un libro.. o l'hai già fatto? Nel caso te lo compro |
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